ALLAM

1/04/08 - Stralci della lettera di Magdi Allam al Direttore del Corriere della Sera dopo le polemiche suscitate dalla sua conversione e spetaclare battesimo in San Pietro.

..........Sono stato criminalizzato, qualcuno mi ha paragonato agli
estremisti islamici che mi hanno condannato a morte, per aver espresso un
giudizio radicalmente negativo nei confronti dell'islam. Una folta schiera
di cristiancomunistislamici, adoratori del relativismo etico, culturale e
religioso nonché del politicamente corretto, avrebbe voluto che io limitassi
la mia denuncia al terrorismo islamico ma che mantenessi una valutazione
comunque positiva dell' islam.

Perché, a loro avviso, tutte le religioni sono pari a prescindere dai loro
contenuti e, in ogni caso, non bisogna dire alcunché che possa urtare la
suscettibilità altrui. Ma scusatemi: se mi sono convertito al cattolicesimo
è del tutto ovvio che l'ho fatto perché ho maturato una valutazione negativa
nei confronti dell'islam. Se io veramente credessi che l'islam sia una
religione vera e buona, perché mai l'avrei abbandonata?

A questo punto è doveroso chiarire che io non sono affatto un apologeta e un
fautore di una «guerra di religione» o di una «guerra di civiltà». Sono
assolutamente convinto che si possa e si debba dialogare con tutti i
musulmani che, in partenza, condividono i diritti fondamentali della persona
senza se e senza ma e perseguono il traguardo di una comune civiltà dell'
uomo.

Caro direttore, tu sai bene che il Corriere si è sempre speso per
valorizzare la posizione dei musulmani moderati. Io stesso sono orgoglioso
di essere stato nell'ultimo decennio il musulmano che più di altri si è
speso per affermare in Italia un islam della fede e della ragione. Ricordo
con orgoglio come il 10 settembre 2004 fui l'artefice della prima visita
nella storia d'Italia di una delegazione di musulmani moderati al Quirinale,
accolti dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, dopo la pubblicazione, il 2
settembre 2004 sul Corriere, di un «Manifesto contro il terrorismo e per la
vita» da me redatto e fatto sottoscrivere a una trentina di musulmani che
presumevo fossero moderati. Poi mi sono dovuto ricredere.

Perché nel momento in cui devono confrontarsi con i dogmi e con i precetti
dell'islam, qual è il caso della mia conversione al cattolicesimo, la loro
moderazione viene del tutto meno. Non è forse singolare che i più accaniti
critici della mia conversione siano proprio i cosiddetti moderati, a
cominciare dai sedicenti 138 «saggi» dell'islam che hanno proposto un
dialogo con il Vaticano sulla base di versetti coranici, estrapolati dal
loro contesto, sull'unicità di Dio e l'amore per il prossimo?

Ormai la millenaria esperienza con l'islam deve insegnarci che il dialogo è
possibile solo con quei musulmani che accettano di assumere
incondizionatamente, a prescindere da ciò che dice o non dice il Corano,
rivolgendosi nella propria lingua alla loro gente, una chiara e ferma
posizione sulle questioni concrete, tra cui oggi certamente figurano il
massacro e la persecuzione dei cristiani, la negazione del diritto
all'esistenza di Israele, la condanna a morte dei musulmani convertiti in
quanto apostati, la legittimazione del terrorismo palestinese ed islamico,
la discriminazione e la violenza nei confronti della donna e, più in
generale, la violazione dei diritti fondamentali dell'uomo.

Denunciare tutto ciò nella mia lettera che il Corriere ha pubblicato nel
Giorno di Pasqua e della mia conversione al cattolicesimo, non significa in
alcun modo voler «dettare la linea» al Papa o politicizzare il mio
battesimo. Sono cose che io ho sempre detto da lunghi anni e sarebbe stato
veramente singolare che, di punto in bianco, le avessi ignorate. ........

 

Corriere della sera, sabato, 2 settembre 2006

Ecco la nuova famiglia italiana.
di Magdi Allam


Ecco la nuova famiglia italiana. Valmozzola, 673 anime compresa una cinquantina di immigrati, è il più piccolo comune della provincia di Parma. Era una giornata caldissima. La foto, pubblicata dalla Gazzetta di Parma il 13 agosto scorso, mostra il sindaco, Gabriella Olari, con un abito comprensibilmente sbracciato, avvolta dalla fascia tricolore. Sta presiedendo al rito di attribuzione della cittadinanza italiana, che viene conferita con un decreto del presidente della Repubblica. Accanto a lei un’intera famiglia egiziana tra cui spicca la madre completamente avvolta dal niqab , un velo integrale che ha un’unica fessura all’altezza degli occhi. I nuovi cittadini italiani sono il padre, Mohamed Ismail, e i suoi quattro figli minori, Asmaa, Asraa, Mawadda e Abdel Rahman. Ora anche la moglie ha i requisiti per richiedere la cittadinanza.
La foto della prossima cittadina italiana imbacuccata da cima a fondo, è emblematica di ciò che diventerà la società italiana accordando la cittadinanza senza verificare l’adesione ai valori fondanti della nostra Costituzione e civiltà. Tra cui primeggia l’assoluta parità tra uomo e donna e quindi la condanna di qualsiasi discriminazione nei confronti della donna. Una realtà implicita nell’annullamento del corpo e nell’umiliazione della personalità femminile. È del tutto evidente che quella donna non si integrerà mai. Quel velo assoluto è una barriera che la separa da una società nei cui confronti ha un atteggiamento pregiudizialmente negativo. Ecco perché dare la cittadinanza a queste persone si tradurrà inevitabilmente nella formazione di un’Italia ghettizzata sul piano etnico, confessionale e identitario, con comunità rinchiuse in compartimenti stagni all’insegna del relativismo valoriale, culturale e giuridico, dove si elargiscono libertà e diritti che ci vengono restituiti sotto forma di indifferenza e intolleranza.
Ciò è purtroppo possibile principalmente per la nostra ignoranza, ingenuità e ideologismo. Nonostante non esista alcuna prescrizione coranica del velo, lo Stato italiano ha recepito e fatta propria la versione più oltranzista dell’islam affermando, con una circolare del Dipartimento della polizia di Stato del dicembre 2004, che l’utilizzo del burqa, in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e una «pratica devozionale», non costituisce reato. Quindi l’Italia si è spinta addirittura oltre il convincimento degli integralisti islamici secondo cui l’islam imporrebbe un semplice velo che copre il capo, sulla base di una discutibile interpretazione del versetto XXIV, 30-31 del Corano, sposando la tesi aberrante degli estremisti islamici secondo cui la donna deve essere relegata sotto un velo integrale. Ancor più grave di questo provvedimento amministrativo è la sentenza 11919, della terza sezione penale della Corte di Cassazione di Roma, che lo scorso 4 aprile ha deliberato che «la religione musulmana impone alle credenti» di portare il velo. Si tratta di una sentenza definitiva e inappellabile del nostro Stato laico che sostiene l’obbligatorietà del velo per le donne islamiche. Ebbene oggi gli estremisti islamici nostrani possono legittimamente, con il pieno conforto della magistratura italiana, esigere che in Italia le donne musulmane siano tutte velate.
Questo sbandamento amministrativo e giuridico trova riscontro anche nelle recenti decisioni dei Comuni di Riccione e di Francavilla al Mare (Chieti) di riservare delle spiagge per sole donne musulmane, separate con un muro. Il Comune di Riccione ha chiarito che si tratta di un’iniziativa atta a favorire l’afflusso e i consumi dei ricchi sceicchi arabi che arrivano con uno stuolo di donne, che non vogliono che vengano viste in mare da altri uomini. Mentre il sindaco di Francavilla, Roberto Angelucci - in una dichiarazione raccolta da Il Giornale il 29 agosto - ha invocato nobili ragioni ideali: «Viviamo in una società multirazziale ed anche Francavilla si sta adeguando alla tendenza. Tutto questo, quindi, implica la presenza di persone con culture e religioni diverse. Ed è proprio nel rispetto delle altre culture e religioni che ritengo opportuno prevedere nel nuovo piano spiaggia 2007 un tratto di arenile riservato esclusivamente alle donne ed un altro agli uomini». Ebbene non si tratta forse di una flagrante violazione di uno dei cardini della nostra civiltà, la parità tra uomo e donna e il rifiuto di qualsiasi discriminazione delle donne? Come non rendersi conto che la svendita dei valori per denaro o cinismo ideologico porterà dritto al suicidio della nostra civiltà?
Così come non può non preoccupare il fatto che a Padova il ghetto di via Anelli, teatro di violenti scontri tra nigeriani e maghrebini lo scorso 26 luglio, sia stato prima isolato con un muro e poi, su iniziativa del Comune, si è affidato a vigilantes extracomunitari il compito di garantirne la sicurezza. Alla realtà del ghetto etnico e confessionale, si aggiunge ora la discriminazione politica che inesorabilmente produrrà la ghettizzazione identitaria. Ci rendiamo conto che ammettendo che le istituzioni italiane non sono in grado di garantire la legge e la sicurezza sul proprio territorio, di fatto ci rendiamo responsabili di un gravissimo cedimento sul piano della sovranità e identità nazionale?
In tutto ciò i principali colpevoli siamo noi italiani. Lo sapete che, dal primo luglio scorso, in venti motorizzazioni è possibile ottenere la patente di guida sostenendo l’esame, a propria scelta, in sette lingue, tra cui l’arabo, il russo e il cinese? Ebbene visto che la patente di guida italiana è un documento richiesto da un residente fisso, ci rendiamo conto che sarebbe necessario che questi immigrati conoscessero adeguatamente la lingua italiana? Si tratta di una iniziativa sbagliatissima perché fa venire meno il primato e l’obbligatorietà della lingua italiana per chi soggiorna stabilmente nel nostro Paese.
È questo insieme di fatti reali che connotano l’immagine di un’Italia che procede alla rinfusa e ciecamente nella definizione di un nuovo modello di convivenza sociale imposto da un mondo sempre più globalizzato. Un’Italia che viaggia con una navigazione a vista, senza un comandante che indichi la rotta da seguire e il punto d’approdo, lasciando campo libero all’arbitrio dei singoli membri dell’equipaggio con la loro irresistibile sete di protagonismo. Il rischio, lo si può facilmente intuire, è che la nave affondi.
www.corriere.it/allam

Corriere della sera, sabato, 2 settembre 2006


4/05/06 - Condannati a Morire
L' ISLAM E GLI APOSTATI

L' elenco dei musulmani condannati a morte per apostasia si allunga sempre più. Tra i nomi nuovi spiccano quello di Hassan Al Turabi, il più influente e controverso leader islamico sudanese, e Gamal Al Banna, fratello del fondatore dei Fratelli Musulmani. A testimonianza della gravità della minaccia, Gamal Al Banna presiede un «Comitato di difesa delle vittime delle fatwe del terrore». Perfino Osama Bin Laden ha deciso di aderire a questa sorta di tribunale dell' inquisizione islamico che taglierebbe la testa alla gran parte dei musulmani. Compreso un misterioso Khaled Hilal, egiziano, residente in Italia, definita «territorio della miscredenza, degli adoratori della croce, dell' oppressore e del politeismo». Stiamo probabilmente assistendo al preludio di uno spietato regolamento di conti in seno a un mondo islamico saturo dell' ideologia dell' intolleranza, dell' odio, della violenza e della morte. Al Turabi, doppio dottorato in legge a Oxford e alla Sorbona, dopo essere stato il leader dei Fratelli Musulmani sudanesi, dopo aver indossato i panni del carnefice nel patrocinare la condanna per apostasia del teologo riformatore Mahmoud Mohammad Taha, ucciso il 18 gennaio 1985, si ritrova a rivivere un' esperienza terrificante nel ruolo della vittima. Sul suo capo pendono ben due fatwe di condanna a morte per apostasia, emesse dalla «Lega giuridica islamica dei teologi e dei predicatori nel Sudan» e dal «Consiglio giuridico islamico sudanese». Per aver sostenuto che la donna musulmana è libera di sposare un cristiano o un ebreo senza che questi debbano convertirsi all' islam; libera di svolgere la funzione di imam anche nella preghiera collettiva mista in moschea; libera di non coprirsi i capelli con il velo perché il Corano non lo prescrive; libera di accedere a tutte le cariche dello Stato compresa la presidenza; libera di testimoniare in tribunale con uno status del tutto paritario a quello dell' uomo. Ebbene questa è la sentenza inflittagli: «Turabi è un miscredente, un apostata, deve pentirsi di tutto ciò che ha detto, deve rendere pubblico il suo pentimento. In caso contrario deve essere applicata la pena corporale prevista dalla sharia, la condanna a morte tramite lapidazione sua e dei suoi libri». E per aver lanciato l' appello «Toglietevi il velo!» alle donne musulmane, la ricercatrice svizzero-yemenita Elham Manea è finita anch' essa sotto le grinfie dei predicatori d' odio che l' hanno tempestata di minacce di morte. Ma lei ha replicato a testa alta sul sito www.metransparent.com, rifiutando le intimidazioni. Così come ha fatto Shaker Nabulsi, intellettuale giordano residente negli Stati Uniti, incluso in un elenco di 33 personalità riformatrici e liberali, condannate a morte dal sedicente gruppo dei «Partigiani vittoriosi del Profeta di Allah»: «Ringrazio Dio che i liberali sono diventati Wanted, nemici di tutti i demoni della terra nel mondo arabo, perché questo è l' inizio di una vera battaglia di pensiero tra il liberalismo e l' oscurantismo arabo». Nella sentenza di condanna a morte collettiva, si precisa che gli apostati «non fanno più parte dell' islam, si sono accodati ai predicatori della miscredenza, gli adoratori cristiani della croce e degli idoli, hanno avuto rapporti con i figli delle scimmie e dei maiali tra la gente di Israele». Ai 33 «apostati» era stato concesso un ultimatum di tre giorni, scaduto il 13 aprile scorso, per pentirsi. Tra i nomi spicca quello dei teologi riformatori egiziani Gamal Al Banna e Mohammad Said Al Eshmawi, l' intellettuale liberale egiziano Saad Eddine Ibrahim, la psicologa siriana residente negli Stati Uniti Wafa Sultan, l' intellettuale tunisino Lafif Al Akhdar, residente in Francia. Il fatto che la schiera degli «apostati» cresca sempre più potrebbe essere un segno di debolezza dei terroristi. Un tentativo di arginare una corrente di pensiero che ha il coraggio di denunciare apertamente i loro crimini. Certamente questo è soltanto l' inizio della resa dei conti. www.corriere.it/allam
Allam Magdi

 

3/05/06 - Magdi Allam, Corriere della Sera
L’ISLAM E GLI APOSTATI

A testimonianza della gravità della minaccia, Gamal Al Banna presiede un «Comitato di difesa delle vittime delle fatwe del terrore». Perfino Osama Bin Laden ha deciso di aderire a questa sorta di tribunale dell'inquisizione islamico che taglierebbe la testa alla gran parte dei musulmani. Compreso un misterioso Khaled Hilal, egiziano, residente in Italia, definita «territorio della miscredenza, degli adoratori della croce, dell'oppressore e del politeismo». Stiamo probabilmente assistendo al preludio di uno spietato regolamento di conti in seno a un mondo islamico saturo dell'ideologia dell'intolleranza, dell'odio, della violenza e della morte. Al Turabi, doppio dottorato in legge a Oxford e alla Sorbona, dopo essere stato il leader dei Fratelli Musulmani sudanesi, dopo aver indossato i panni del carnefice nel patrocinare la condanna per apostasia del teologo riformatore Mahmoud Mohammad Taha, ucciso il 18 gennaio 1985, si ritrova a rivivere un'esperienza terrificante nel ruolo della vittima. Sul suo capo pendono ben due fatwe di condanna a morte per apostasia, emesse dalla «Lega giuridica islamica dei teologi e dei predicatori nel Sudan» e dal «Consiglio giuridico islamico sudanese». Per aver sostenuto che la donna musulmana è libera di sposare un cristiano o un ebreo senza che questi debbano convertirsi all'islam; libera di svolgere la funzione di imam anche nella preghiera collettiva mista in moschea; libera di non coprirsi i capelli con il velo perché il Corano non lo prescrive; libera di accedere a tutte le cariche dello Stato compresa la presidenza; libera di testimoniare in tribunale con uno status del tutto paritario a quello dell'uomo. Ebbene questa è la sentenza inflittagli: «Turabi è un miscredente, un apostata, deve pentirsi di tutto ciò che ha detto, deve rendere pubblico il suo pentimento. In caso contrario deve essere applicata la pena corporale prevista dalla sharia, la condanna a morte tramite lapidazione sua e dei suoi libri». E per aver lanciato l'appello «Toglietevi il velo!» alle donne musulmane, la ricercatrice svizzero-yemenita Elham Manea è finita anch'essa sotto le grinfie dei predicatori d'odio che l'hanno tempestata di minacce di morte. Ma lei ha replicato a testa alta sul sito www.metransparent.com , rifiutando le intimidazioni. Così come ha fatto Shaker Nabulsi, intellettuale giordano residente negli Stati Uniti, incluso in un elenco di 33 personalità riformatrici e liberali, condannate a morte dal sedicente gruppo dei «Partigiani vittoriosi del Profeta di Allah»: «Ringrazio Dio che i liberali sono diventati Wanted , nemici di tutti i demoni della terra nel mondo arabo, perché questo è l'inizio di una vera battaglia di pensiero tra il liberalismo e l'oscurantismo arabo». Nella sentenza di condanna a morte collettiva, si precisa che gli apostati «non fanno più parte dell'islam, si sono accodati ai predicatori della miscredenza, gli adoratori cristiani della croce e degli idoli, hanno avuto rapporti con i figli delle scimmie e dei maiali tra la gente di Israele». Ai 33 «apostati» era stato concesso un ultimatum di tre giorni, scaduto il 13 aprile scorso, per pentirsi. Tra i nomi spicca quello dei teologi riformatori egiziani Gamal Al Banna e Mohammad Said Al Eshmawi, l'intellettuale liberale egiziano Saad Eddine Ibrahim, la psicologa siriana residente negli Stati Uniti Wafa Sultan, l'intellettuale tunisino Lafif Al Akhdar, residente in Francia. Il fatto che la schiera degli «apostati» cresca sempre più potrebbe essere un segno di debolezza dei terroristi. Un tentativo di arginare una corrente di pensiero che ha il coraggio di denunciare apertamente i loro crimini. Certamente questo è soltanto l'inizio della resa dei conti.

www.corriere.it/allam
di MAGDI ALLAM


3/02/06
Un Nemico in Casa: la Paura
di MAGDI ALLAM dal Corriere della Sera
 

La via della riscossa intellettuale e della rinascita civile è possibile laddove gli occidentali e i musulmani riscoprono la centralità della persona facendo prevalere i valori della vita.
Grazie Jaques Lefranc. Grazie Robert Menard. Grazie Jihad Momani. Grazie Maha Al Sharif. Con il loro coraggio i direttori del quotidiano francese France Soir, di Reporters sans frontieres, dei settimanali giordani Shehane e The Star, hanno aperto una breccia di luce e lasciato trasparire un barlume di speranza nella crisi delle menti e dei valori che si è avviluppata nelle tristemente note «vignette sataniche».
Si è trattato di un soffio d'aria pura nel clima avvelenato che pervade un mondo islamico che riscopre la sua unità nella logica delle intimidazioni, nella cultura dell'odio e nella pratica del terrorismo. Con a fronte un Occidente rimpicciolito più che mai da una paura che dopo essersi impossessata degli animi viene assurta a ideologia di Stato, forgiando l'attività dei governi e paralizzando l'iniziativa della società civile. Se dovessimo oggi fissare l'immagine del tanto paventato «scontro di civiltà», ebbene dovremmo prendere atto che l'Occidente è costretto sulla difensiva non solo nei confronti del «nemico» esterno, ma soprattutto del «nemico» più insidioso, quello che si annida e cresce al proprio interno.
Stiamo parlando delle organizzazioni integraliste ed estremiste islamiche che, dai pulpiti delle moschee trasformate in centri di indottrinamento ideologico, hanno promosso una strategia di sottomissione delle comunità immigrate musulmane sfruttando abilmente l'ingenuità e la collusione degli europei. Coordinate da veri e propri centri di comando, tra cui spicca la «Unione internazionale degli ulema» con sede a Dublino, capeggiata guarda caso dal noto telepredicatore della tv Al Jazeera, lo sheikh Youssef Qaradawi. Il referente spirituale e giuridico dell'insieme dei Fratelli musulmani in Europa, posto anche alla guida del «Consiglio europeo della fatwa e della ricerca», anch'esso con sede a Dublino. Tra i 300 membri della «Unione internazionale degli ulema» figurano il mufti di Gerusalemme, Ikrima Sabri, e il presidente della «Associazione degli ulema musulmani dell'Iraq», Haris al Dhari. Tutta gente che, come hanno esplicitato in un comunicato del 19 novembre 2004, hanno legittimato «la resistenza, dentro e fuori l'Iraq, fino alla liberazione dell'Iraq», specificando che «è jihad difensivo che non necessita di un comando generale e che comporta l'obbligo della partecipazione di tutti». Tutta gente che plaude agli attentati terroristici suicidi che massacrano gli israeliani o gli occidentali in Iraq. Tutta gente che impartisce gli ordini dall'Europa, come quello che annuncia per oggi una «Giornata mondiale dell'ira» contro la pubblicazione delle vignette raffiguranti il profeta Mohammad (Maometto).
Eppure Qaradawi e i suoi Fratelli musulmani dovrebbero sapere che la raffigurazione del profeta è sempre avvenuta nel corso della storia islamica. Se proprio non lo sapessero, vadano nel sito degli islamici riformatori e liberali www.muslimwakeup.com e nel forum troveranno un link che rimanda a una voluminosa raccolti di ritratti su tela e in miniatura, nonché vignette satiriche sul profeta.
A parte ciò, anche qualora i musulmani non dovessero ritrarre il loro profeta, perché mai dovrebbe essere vietato a un non musulmano? Infine per quale ragione ai musulmani è ampiamente concesso ritrarre vignette offensive dei cristiani e degli ebrei, senza che sia stata proclamata alcuna «guerra santa» contro l'insieme dell'islam, mentre tutto il mondo sarebbe tenuto a un particolare riguardo nei confronti della sensibilità dei musulmani?
Addirittura, con una sconcertante logica, il ministro dell'Interno saudita ha ieri reiterato la richiesta di una condanna da parte del Vaticano. Ma l'Arabia Saudita si è mai scusata con il Vaticano per i tanti cristiani che sono stati sgozzati in Iraq, massacrati nel Sudan, perseguitati ovunque nei Paesi musulmani? Noi siamo grati ai giornalisti francesi e giordani perché hanno dimostrato nei fatti di avere a cuore, al di là delle loro fedi o idee, una comune civiltà umana fatta di amore e di vita.

www.corriere.it/allam


30/01/06 - DANIMARCA
Una fatwa spegne la satira
di MAGDI ALLAM
 

Questa è una storia incredibile e raccapricciante che dovrebbe farci drizzare i capelli e spronarci alla mobilitazione generale. Da un lato ci sono due Stati europei, Danimarca e Norvegia, che stanno subendo le conseguenze di una «guerra santa» scatenata dall'insieme del mondo musulmano per la pubblicazione di 12 vignette che ritraggono il profeta Maometto. Dall'altro ci sono la latitanza dei governi dell'Unione Europea e il silenzio di politici, intellettuali, militanti per i diritti umani in Occidente. E nel mezzo c'è un «cavallo di Troia», l'Unione internazionale degli ulema, un conclave di 300 teologi islamici affiliati ai Fratelli Musulmani, che da Dublino definisce la strategia volta a costringere i due Paesi europei a «rinsavire e scusarsi per il male causato ai musulmani».
Cominciamo dall'inizio di questa storia. Ci sarebbe da sorridere. Lo scrittore danese Kare Bluitgen lamenta il fatto di non essere riuscito a trovare un artista disposto a illustrare un suo libro, destinato ai bambini, sulla vita di Mohammad. Perché, spiega, tutti hanno paura della vendetta degli estremisti islamici qualora raffigurassero il profeta. La vicenda viene rilanciata dal quotidiano Jillands Posten che, a mo' di sfida, indice un concorso per delle vignette satiriche su Mohammad da accompagnare a un'inchiesta sull'autocensura e la libertà di espressione. Le 12 vignette ricevute vengono pubblicate lo scorso 30 settembre. Da allora si è scatenato il finimondo.
Certamente le vignette sono discutibili così come lo fu il cortometraggio Submission di Theo van Gogh, sgozzato da un terrorista islamico nel centro di Amsterdam il 2 novembre 2004. Una in particolare ritrae Mohammad con un turbante a forma di bomba con la miccia accesa, simboleggiando il connubio tra islam e terrorismo. Al riguardo la schietta giornalista egiziana Mona Eltahawy, intervenendo sul quotidiano libanese The Daily Star , ha ricordato che proprio recentemente in Danimarca il leader del gruppo estremista islamico Hizb al-Tahrir, Fadi Abdullatif, ha incitato a uccidere i ministri del governo per la partecipazione militare danese in Iraq, nonché a massacrare gli ebrei. Quindi si è domandata: «Abdullatif ha invocato il Corano per giustificare l'incitamento alla violenza! E noi ci meravigliamo che la gente associ l'islam alla violenza?».
Chiariamo subito che per gli integralisti islamici il reato non è solo nell'aver ritratto in modo percepito come offensivo il profeta, ma nel semplice fatto di averlo ritratto. Perché secondo loro sarebbe di per sé un fatto sacrilego. Ebbene la verità è che Mohammad fu un uomo come tutti gli altri e lui stesso vietò che lo si venerasse come una divinità. Gli sciiti, i sunniti nell'epoca ottomana e in India hanno ritratto il profeta senza remore. Di fatto coloro che mettono un veto alla raffigurazione di Mohammad compiono un compromesso tra i più oscurantisti, quali i wahhabiti in Arabia Saudita, che predicano il divieto assoluto della raffigurazione degli esseri viventi, e i modernisti che all'opposto favoriscono tutte le arti figurative.
Ma torniamo alla guerra santa scatenata contro Danimarca e Norvegia. Il secondo Paese scandinavo è stato coinvolto dopo che il settimanale Magazent , in segno di solidarietà con Jillands Posten , ha anch'esso pubblicato le vignette incriminate. Il risultato è che sono stati condannati a morte i vignettisti e i direttori dei due giornali. Tutti i governi musulmani hanno formalmente protestato e messo in guardia «dalla reazione nei Paesi islamici e nelle comunità musulmane in Europa»(!). Dall'Arabia Saudita alla Mauritania è stato promosso il boicottaggio delle merci danesi e norvegesi. Gli ambasciatori musulmani vengono richiamati per protesta, mentre la Libia ha deciso di chiudere la propria sede diplomatica a Copenaghen. Ovunque gli imam delle moschee incitano le masse a riscattare l'onore e la dignità del profeta. La Lega Araba, l'Organizzazione per la Conferenza islamica e la Lega musulmana mondiale intendono interessare del caso le Nazioni Unite per far approvare una risoluzione che denunci il «razzismo, la discriminazione e l'islamofobia» di cui sarebbero vittime i musulmani in Occidente. Dimenticando che nei Paesi musulmani si fa apertamente apologia di terrorismo ed è radicata la cultura dell'odio contro gli ebrei e i cristiani.
Finora il premier liberale danese Rasmussen, a differenza del collega socialista norvegese Stoltenbergs, non si è piegato né alle sanzioni né alle minacce. Una resistenza che ha convinto i musulmani laici in Danimarca a uscire allo scoperto e a dissociarsi dall'estremismo degli imam locali. Resta il fatto che i giornalisti danesi e norvegesi stanno combattendo, in solitudine, una battaglia per la libertà a salvaguardia della civiltà occidentale. Ebbene: che cosa aspetta a intervenire l'Occidente? Adotterà la politica dello struzzo fino a quando un altro Theo van Gogh non sarà assassinato a Copenaghen o a Oslo?

www.corriere.it/allam

Corriere della sera, lunedì, 30 gennaio 2006



Corriere della sera del 31/08/05
Guerra santa, il tour italiano
di Magdi Allam

E' possibile che un apologeta del terrorismo suicida islamico e
dello sterminio degli ebrei, incarcerato diverse volte in Egitto,
cacciato dagli Stati Uniti e in seguito dal Canada, possa essere
accolto in un Paese europeo? Sì, in Italia. E' possibile che uno
dei più pericolosi predicatori dell'odio islamico contro l'Occidente
e Israele, dopo aver incredibilmente ottenuto un regolare visto
d'ingresso, diffonda i suoi veleni in pubbliche assemblee di
militanti islamici indette in ben sei città, tra il silenzio e
l'indifferenza del governo, dell'opposizione, della magistratura e
dei mezzi d'informazione? Sì, in Italia. E' possibile che questa
sconcertante campagna di indottrinamento allo scontro di religione e
di civiltà possa essere stata promossa dall'organizzazione che
controlla la gran parte delle moschee e viene accreditata da taluni
come rappresentante dei musulmani? Sì, in Italia.

Dobbiamo ringraziare la coraggiosa collega Cristina Giudici del
Foglio, che sabato scorso si è intrufolata tra i circa 600
partecipanti all'incontro con Wagdy Ghoneim, questo il nome
del «professore», svoltosi al Palasesto di Sesto San Giovanni, gli
uomini davanti e le donne dietro separate da un tendone. Ci ha così
riferito della sua apologia del terrorismo suicida («Morire per una
causa è importante, significa andare in Paradiso»), della sua
negazione del diritto di Israele all'esistenza («Un nemico che non
ha patria»), dei suoi anatemi contro l'integrazione in seno alla
società italiana («il destino di tutti gli uomini è essere
musulmani, altrimenti si diventa come gatti o topi»), contro
l'emancipazione delle donne («il compito delle mogli è restare a
casa e accudire i figli»).

Queste sono le fonti spirituali e ideali a cui si abbeverano i
militanti dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni
islamiche in italia), che ha ufficialmente invitato in Italia
Ghoneim. E' il caso di dire che predicano bene e razzolano male.

Come è possibile che l'Ucoii annunci pubblicamente a luglio la sua
condanna del terrorismo, per poi ad agosto sponsorizzare un
apologeta del terrorismo e, infine, indire a settembre una
manifestazione nazionale contro il terrorismo? Eppure, è possibile.

Semplicemente ricorrendo all'arte della taqiya, della
dissimulazione, un precetto sciita fatto proprio dai Fratelli
Musulmani a cui fanno riferimento sia l'Ucoii sia il loro mentore
Ghoneim.

Questa dissimulazione ideologico-religiosa è stata impiegata
recentemente dall'Ucoii per occultare la loro legittimazione del
jihad, inteso come guerra santa, e per relativizzare il concetto e
la condanna del terrorismo. Nella versione integrale della fatwa,
responso giuridico islamico, emessa all'indomani delle stragi di
Londra e Sharm el Sheikh, l'Ucoii affermò la legittimità del «Jihad
fi sabilillah, sforzo sulla via di Dio, inteso anche come fisico,
vuoi militare». Ebbene proprio la denuncia del Corriere indusse
l'Ucoii a togliere i due paragrafi legittimanti il jihad dal testo
consegnato alla stampa il 31luglio scorso.

L'altro esempio di taqiya è nel paragrafo della fatwa relativo al
terrorismo che viene condannato in quanto fitna, intesa
come «eversione malefica», e quindi accomunato a «ogni forma di
terrorismo, guerra civile e aggressione contro le creature
innocenti». E' così che l'Ucoii, da un lato, mette sullo stesso
piano gli attentati terroristici suicidi di Londra, le rappresaglie
israeliane e le incursioni americane contro le basi di Al Qaeda,
dall'altro considera legittima resistenza gli attentati suicidi che
massacrano gli israeliani o gli occidentali in Iraq. Una
dissimulazione che sottintende il doppio binario etico nella
valutazione dello stesso terrorismo islamico a secondo dell'identità
delle vittime.


Tutto ciò avviene in Italia. Alla luce del sole. Ma i più non
vedono, non sentono, non parlano. E quando vedono, sentono, parlano
finiscono per schierarsi dalla parte degli apologeti del jihad e dei
praticanti della taqiya.


Corriere della Sera, 31 agosto 2005

Visite dall' 1/09/06
Free web counter