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26/08/06 - Brecht, furbo vile e felice
di Luigi De Marchi

Il cinquantenario della morte di Bertolt Brecht ha scatenato le previste, ambigue celebrazioni sulla nostra stampa intelligente. E’ un fenomeno che si ripete puntualmente negli anniversari della morte o della nascita d’uno di questi “padri fondatori” per decenni celebrati ed oggi un tantino imbarazzanti. Così, per esempio, la tempesta di panegirici che si è puntualmente prodotta nel ventennale della dipartita di Michel Foucault è stata un po’ meno fragorosa di quelle dei precedenti anniversari perché i celebranti cominciavano ad avere qualche dubbio sui meriti di quel grande profeta dell’antipsichiatria, anche alla luce dei disastri che il movimento e le leggi antipsichiatriche hanno prodotto nella vita dei malati e dei loro familiari. Nel caso di Brecht i dubbi mi sembrano, oggi, ancora più incalzanti. Così “Repubblica” qualche settimana fa ha pubblicato tre articoli celebrativi – uno di Adriano Sofri, l’altro di Antonio Gnoli e il terzo di Peter Schneider – che trasudano riserve e imbarazzo.

Sofri ha intitolato il suo paginone “Brecht l’inattuale”: un modo garbato per dire che l’idolo di un tempo è molto, troppo datato e merita d’essere messo in naftalina. L’articolo inizia ricordando che Brecht morì nell’agosto del ’56, cioè solo due mesi prima che la rivoluzione anticomunista e antisovietica d’Ungheria scoppiasse e venisse schiacciata nel sangue dalle forze del Patto di Varsavia (26.000 morti solo a Budapest). E maliziosamente commenta: “Dunque, per un paio di mesi Brecht non potè schierarsi con gli operai insorti o, viceversa, dalla parte della sanguinosa repressione. Nessuno può dire che posizione avrebbe preso”. E Sofri aggiunge: “Nessuno può dirlo neanche di se stesso, mentre guarda alle insurrezioni e alle repressioni dei nostri giorni”. Mi permetto di dissentire due volte: in primo luogo perché chiunque conosca i comportamenti di Brecht sa bene che il Nostro (ma sarebbe meglio dire il Loro) non ha mai brillato per eroismo e, quindi, si sarebbe gettato come un sol uomo dalla parte del più forte, come del resto aveva fatto anche nel 1953, quando la polizia comunista e i carri sovietici avevano schiacciato la rivolta degli operai di Berlino; e in secondo luogo perché i biechi socialdemocratici e liberali come me non sono mai stati dubbiosi, né mezzo secolo fa né oggi, quando si è trattato di scegliere tra chi si ribella per conquistare la libertà e chi lo bastona per mantenere la tirannia. Certi dubbi sono appannaggio di chi, oggi o in passato, si è schierato con la tirannia e la violenza. Del resto, non era mai stato coraggioso e, forse non a caso, nel suo “Galileo” fa dire al protagonista “Infelici i popoli che hanno bisogno di eroi”: e difatti si può dire che, nella sua vita, Brecht ha saputo trovare la felicità facendo docilmente il giullare furbo, vile e coccolato del più sanguinario regime comunista, quello di Ulbricht.

Sofri comunque denuncia con molta finezza e ironia le mille giravolte di Brecht per stare dalla parte dei potenti e cita una battuta vergognosa del drammaturgo stampata nella poesia “Ma chi è il partito?” ove proclama da bravo dirigente comunista: “Non percorrere senza di noi la via giusta / Perché senza di noi / è la via sbagliata”. E’ una battuta che mi ricorda la stroncatura codarda riservata dal “Messaggero” di Roma alla mia opera Psicopolitica che nel 1976 attaccò frontalmente la stupida demagogia del sinistrese allora imperante e denunciò le vergogne sanguinose e l’arretratezza pre-psicologica delle dittature comuniste d’ogni stampo: non solo quella stalinista ma quelle maoista, vietnamita e castrista, allora di gran moda. “Il modo peggiore di avere torto – scrisse “Il Messaggero” allineandosi inconsapevolmente alla vigliaccheria di Brecht - è di trovarsi soli ad avere ragione. E’ questa la sorte di Luigi De Marchi ecc.ecc.”

Del resto, accanto a queste piccole vergogne di Brecht citate da Sofri, si aggiungono quelle grandi ricordate da Peter Schneider. “E strano – scrive Schneider – quanto poco si discuta oggi dei suoi gravi torti politici. Si dubita della sua morale, magari si parla di come maltrattò le sue mogli (o di come rubò a loro molte idee e trovate poi riciclate nei suoi drammi), ma si evita di parlare delle sue complicità con le tirannie comuniste”. Personalmente tutto ciò non mi sembra affatto strano, dato che quelle complicità furono condivise da molti dei suoi odierni commentatori e cantori. Infine Antonio Gnoli riferisce l’accusa di Edoardo Sanguineti a Strehler: quella di aver reso Brecht troppo piacevole con la sua raffinata regia delle opere brechtiane.

Ma, già che Gnoli parla di teatro, sento il dovere di dire che, a parte i torti politici, anche nel campo teatrale (ove il suo prestigio resta tuttora enorme) Brecht ebbe una responsabilità gravissima: quella di avere in fondo ribadito, con la tecnica dello “straniamento” decantata come tanto rivoluzionaria, l’artificiosità del teatro accademico e convenzionale e di aver viceversa inferto un colpo micidiale alla vera rivoluzione introdotta da Constantin Stanislavski nel teatro moderno. Per chi non lo sapesse Stanislavski, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, aveva finalmente avviato, nel Teatro d’Arte di Mosca da lui stesso fondato, un nuovo modo di fare teatro, che rifiutava le modalità affettate e artificiose della recitazione tradizionale e insegnava agli attori ad esprimere se stessi nel modo più autentico. Questa ricerca dell’autenticità più profonda dell’espressione è sembrata sempre anche a me il compito prioritario non solo di ogni vero attore ma di chiunque intenda liberarsi dalle maschere e dai manierismi della vita convenzionale. E’ un obiettivo che, del resto, sta alla base anche della psicologia umanistica, da me tanto amata, la quale ha per motto: “Permettiamoci di essere noi stessi”. E anche per questo, da quattro anni ho fondato e dirigo Teapsy, un Laboratorio psico-teatrale di grande successo che utilizza una tecnica innovativa ed efficace da me ideata, la psicofonetica, e che inizierà un nuovo corso a settembre.

Come dicevo, a questa rivoluzione dell’autenticità Brecht ha inferto un colpo terribile imponendo invece ai suoi attori la tecnica dello “straniamento” che ha ripiombato il teatro nell’artificio, aggiungendo al birignao e alla declamazione del teatro tradizionale la pietrificazione e la robotizzazione di un teatro che si proclamava rivoluzionario proprio mentre disumanizzava i suoi personaggi e li rendeva estranei alla sensibilità popolare.

Luigi De Marchi


25/08/06 - Un telefono verde per le donne islamiche

L’atroce assassinio di Hina Salem, la ragazza pakistana sgozzata e sepolta nel giardino di casa dal padre, dallo zio e dal cognato perché si era innamorata d’un ragazzo bresciano, conviveva con lui, intendeva vivere come ogni altra donna dell’Occidente liberale e non voleva sposarsi con l’uomo pakistano che il padre le imponeva, sembra aver risvegliato il nostro mondo politico dal dolce delirio in cui era sprofondato con le leggi aperturiste in tema di immigrazione e di cittadinanza agli immigrati. Come forse ricorderete, in un mio recente intervento avevo apertamente ironizzato sulla patetica inadeguatezza delle cosiddette garanzie con cui gli esponenti della politica e della cultura aperturista intendono assicurare che la cittadinanza “pret-à-porter” sia concessa ad immigrati di sicura fede democratica: il progetto di legge governativo esigeva solo una buona conoscenza della lingua italiana mentre “l’Espresso”, organo magno della cultura sedicente progressista, riteneva necessario e sufficiente chiedere anche un impegno a rispettare la Costituzione Italiana ed a rinunciare alla cittadinanza precedente. L’assassinio della povera ragazza pakistana, colpevole solo di aver preferito la libertà occidentale all’oppressione maschilista dell’Islam, ha indotto il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, co-firmatario del progetto governativo, a dichiarare che l’accertamento del rispetto dei diritti della donna dovrà essere una condizione importante per la concessione della cittadinanza.

La presa di posizione di Amato mi ha fatto due volte piacere: in primo luogo perché sposta i requisiti della cittadinanza dalle dichiarazioni puramente verbali (estremamente inaffidabili in una cultura come quella islamica ove la doppiezza nei confronti dell’infedele è considerata pienamente legittima) ai comportamenti concreti; e in secondo luogo perchè riconosce l’importanza cruciale d’un tema, quello dei diritti della donna, carico di valenze psico-sessuali e politiche molto vaste e profonde. E’ un’ennesima prova del fatto che i temi cruciali della politica ruotano intorno alle dinamiche psicologiche e che, quindi, non si può fare politica seria senza un’ottica psicopolitica.

L’assassinio di Hina è due volte mostruoso: perché si tratta d’una ragazza massacrata nel fiore della sua giovinezza da tre uomini (il padre, lo zio e il cognato) che aveva avvicinato confidando nei vincoli affettivi e familiari che li legavano a lei; e perché il crimine vile è stato premeditato e consumato come espressione eroica di un obbligo morale. E non si tratta certo di un caso isolato. Proprio pochi giorni fa Souad Sbai, presidentessa delle donne marocchine in Italia (e badate bene che il Marocco è considerato uno dei paesi più evoluti e “democratici” del mondo islamico), ha scritto al Ministro Amato una lettera che comincia con queste parole agghiaccianti: “Le donne musulmane immigrate in Italia oggi vivono nel terrore, sì, nel terrore. Appena arrivate in Italia sono derubate dei loro documenti dai mariti e dai padri che vogliono così costringerle alla clandestinità e ridurle in schiavitù”. E Souad Sbai ha dichiarato a “Repubblica”: “Il caso di Hina ha fatto scalpore, ma le donne musulmane costrette a vivere una vita d’inferno dai loro padri e mariti sono una quantità.” A una giornalista che le chiedeva se la colpa di questi delitti vada ascritta alla religione islamica, Souad Sbai ha risposto: “No, non credo che la colpa sia dell’Islam. La colpa è del maschilismo, di un’intera società che si fonda sul privilegio del sesso maschile su quello femminile”.

Questo è d’altronde quanto sostiene anche Khalida Messaoudi, la coraggiosa combattente algerina per i diritti della donna che è oggi ministro del Governo del Presidente Bouteflika ma che è stata in passato oggetto di ben due attentati dei fanatici integralisti, restando seriamente ferita. Temo che non sapremo mai se quelle della Sbai e della Messaoudi sono dichiarazioni più o meno “diplomatiche” e finalizzate ad evitare scontri aperti con le gerarchie religiose islamiche o se, realmente, l’oppressione maschile non trovi giustificazione alcuna nel Corano e nelle posizioni dei prelati islamici. Ma francamente non mi interessa. Ciò che conta è che questi comportamenti odiosi sono comuni, anzi prevalenti nel mondo islamico e possono persistere ancor oggi indisturbati perché le autorità religiose musulmane si guardano bene dal denunciarli apertamente e dal condurre contro di essi campagne sistematiche di condanna. E ciò che soprattutto conta è che si tratta di comportamenti diffusamente praticati dai maschi islamici immigrati, come attesta la terribile lettera della presidentessa delle donne marocchine citata testè. Come tutti hanno ormai capito, la corsa verso gli aperturismi sempre più esasperati in tema d’immigrazione e cittadinanza è una corsa di topi della politica verso l’accaparramento del voto degli immigrati. Ma è una corsa irresponsabile, perché spalanca la porta a milioni di uomini spesso avvelenati da un maschilismo, da una misoginia, da un dogmatismo e da un profondo rigetto d’ogni integrazione che costituiscono una minaccia gravissima per le conquiste delle donne italiane e per la nostra già precaria democrazia liberale.

Ma intanto che cosa si può fare, già da domani, per aiutare le molte donne islamiche brutalizzate, umiliate e imbavagliate dai loro mariti, padri e fratelli? Per parte mia credo che le nostre forze dell’ordine debbano essere subito allertate ed invitate a non minimizzare (come spesso fanno in nome della cosiddetta “pace familiare”) le denunce o le richieste d’aiuto che arrivano dalle donne degl’immigrati. Ma temo sia molto difficile, soprattutto per una donna rimbalzata tra le minacce dei familiari, la paura del rimpatrio forzoso e la difficoltà della lingua e della società straniera, trovare il coraggio di avvicinare le nostre forze dell’ordine. Per parte mia, propongo quindi la creazione di un “telefono verde” riservato alle donne musulmane e gestito da assistenti di madrelingua araba al quale le donne musulmane sottoposte a minacce e vessazioni possano rivolgersi per avere, con ogni garanzia di riservatezza, immediata assistenza, consulenza e protezione.

Luigi De Marchi


11/08/06 - Il tranquillo liberal.

Anche Ernesto Galli della Loggia, di solito commentatore equilibrato della più varia attualità politica, si è associato, nell’articolo di fondo del “Corriere della Sera” di martedì 8 agosto, al coro entusiastico dei consensi per la decisione del Governo Prodi di accordare la cittadinanza (e quindi il diritto di voto) agli immigrati dotati di certificato di residenza, dopo soli 5 anni di permanenza in Italia: decisione cui vorrei dedicare oggi una mia riflessione personale.
“C’è solo da essere soddisfatti – scrive Galli della Loggia – per la decisione del Governo di facilitare la procedura per la concessione della cittadinanza agli immigrati. Ogni persona sensata capisce subito, infatti, che se non si vuole creare un odioso e permanente regime di sfruttamento e separatismo a danno di costoro, l’unica soluzione è di cercare d’integrarli, e d’integrarli davvero…Certo - riconosce l’autorevole editorialista - i nuovi cittadini voteranno per chi si mostra o si è mostrato più pronto ad accogliere le loro rivendicazioni. Ma questa è la democrazia”.
E come il “Corriere” e il Governo pensano di realizzare questa tanto auspicata e tanto rapida integrazione ? Il Governo si contenterebbe a quanto pare di verificare che l’immigrato abbia imparato la nostra lingua: ma se ricordiamo quanto egregiamente i terroristi delle Torri Gemelle, grazie anche alla loro istruzione superiore e al loro addestramento accurato, parlassero l’americano e si destreggiassero coi computer, ci si renderà subito conto che la buona conoscenza della lingua è, semmai, più diffusa tra gl’immigrati a rischio.

Forse anche per questo il “Corriere” e Galli della Loggia raccomandano al Governo di prevedere subito due altri adempimenti idonei, secondo loro, a garantire la piena integrazione dell’immigrato: 1) il giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana ed alla sua Costituzione; 2) la rinuncia alla cittadinanza precedente.
Santa ingenuità! Dinanzi a masse prevalentemente maschili provenienti da culture ove la donna conta meno del due di picche, questi signori illuminati vogliono credere e farci credere che gl’immigrati, per i quali la cittadinanza equivale al sospirato attraversamento della Porta d’Oro, rinuncerebbero a tutto ciò piuttosto che pronunciare qualche parola di circostanza davanti a un burocrate o ad un ufficiale di polizia o si trasformerebbero, da gente fanatica che, come c’informava ieri “Repubblica”, brinda felice alla morte d’un figlio terrorista morto in battaglia e quindi già coccolato in Paradiso da 72 vergini allupate, in cittadini tolleranti e rispettosi delle nostre leggi.

Questa folle credulità è quella che ha indotto per decenni il Governo americano a subordinare i suoi visti d’ingresso a una dichiarazione in cui il visitatore proclamava di non voler “rovesciare con la forza il Governo degli Stati Uniti”, a spalancare così le porte a migliaia di cospiratori comunisti e islamici ed a gettare le basi della rete spionistica sovietica e terroristica che portò all’atomica staliniana nel 1951 e alle Torri Gemelle nel 2001.

E c’è in effetti, nell’atteggiamento mentale di Galli della Loggia e degli altri “liberal” che hanno fatto quadrato intorno alla legge per la cittadinanza facile, qualcosa d‘involontariamente americano che, credo, tutti questi intellettuali ripudierebbero immediatamente, se ne fossero lontanamente consapevoli, dato il viscerale antiamericanismo che li caratterizza. Sì, c’è nei “liberal” del “Corrierone” , qualcosa di quella pericolosa ingenuità americana, che si traduce in formalismo etico, che è costata tanti disastri al mondo e agli stessi popoli “aiutati” dall’America e che Graham Greene satireggiava così ferocemente, già negli anni ’50, col suo romanzo “Il tranquillo americano”: storia dei disastri combinati da un americano risoluto ad applicare i principi della democrazia formale alla complessa società indocinese.
E’ l’ingenuità pericolosa che ha costretto l’Europa a concedere precipitosamente l’indipendenza a diecine e diecine di popoli africani e asiatici del tutto impreparati a gestirla, precipitandoli nel caos, nella guerriglie e guerre croniche, nell’esplosione demografica e nella miseria.
E’ l’ingenuità pericolosa che ha spinto l’antipsichiatria sedicente progressista a vedere nella psichiatria del passato solo malvagità e crudeltà e nei familiari dei malati una congrega di malfattori solo desiderosi di seppellire per sempre i loro matti nei manicomi, condannando quei familiari sventurati a 30 anni di orrore e di angoscia.
E’ l’ingenuità pericolosa che da sempre, in nome del diritto alla privacy, rifiuta ogni strumento psicologico per individuare gli elementi pericolosi e antisociali scatenandone tranquillamente la violenza contro la gente inerme.
E’, soprattutto, l’ingenuità pericolosa che ha legittimato col voto cosiddetto democratico la perpetuazione delle tirannie nazi-clericali e maschilista del mondo islamico.

Ma, nel caso delle nuove norme per la cittadinanza agl’immigrati, non si tratta solo d’ingenuità pericolosa. Dietro di esse si nasconde un buonismo peloso che mira ad accaparrarsi il voto della marea montante degl’immigrati, calpestando la volontà degli elettori italiani più volte espressa nei sondaggi d’opinione. Purtroppo, però, questo buonismo non è solo peloso ma anche stolto, perché non si accorge che, per ogni voto d’immigrato guadagnato, ne perderà due o tre fra gli elettori autoctoni e che sta preparando una sbandata fascista e razzista tra gli italiani, e soprattutto perchè esso non capisce che, nel giro di pochi anni, il voto degl’immigrati, specie di quelli islamici, si aggregherà intorno ai movimenti estremisti non solo per la diffusa inclinazione islamica al vittimismo ma anche per le minacce subacquee di violenza che quei movimenti notoriamente applicano ai connazionali sia in patria che all’estero e che, quindi, applicheranno anche in Italia.

8/08/06 - Immigrazione: basta blablablà .

In una lettera apparsa sul sito di “Rientrodolce” (il gruppo radicale che si adopera per riportare la questione demografica al centro del dibattito politico) Fabrizio Argonauta risponde fuori dai denti al blablablà con cui i liberisti duri e puri si sono allineati ai loro avversari tradizionali nel negare la minaccia tremenda dell’immigrazione di massa per i lavoratori italiani (soprattutto i giovani) e per i loro livelli salariali. “Siamo invasi, scrive Argonauta, da milioni di disperati che offrono braccia (più raramente cervelli) ed aumentano l’offerta di lavoro abbattendo ovviamente sino ad annientarlo il potere contrattuale dei lavoratori nostrani disoccupati (quella che Marx, nell’amnesia generale dei nostri marxisti immaginari, definiva esercito di riserva del capitale)”. E conclude: “I burocrati, gli accademici, i garantiti, i politici, i preti, gli oligopolisti, i potentati vari con la schiera dei loro portaborse e leccaculi, insomma i reggenti e i gaudenti di questo regime, che li fa ingrassare in pace senza il minimo rischio personale, sono gli unici a trarre grande profitto da quest’inizio di collasso. Ma quando, a breve, il collasso arriverà con tutta la sua devastante atrocità, con noi (magra consolazione) salteranno anche loro”.

So bene che questa coraggiosa denuncia degli effetti rovinosi dell’immigrazione sui livelli salariali e sull’occupazione dei nostri lavoratori avrà suscitato l’indignazione dei liberisti duri e puri e dei loro compagni di merende della sinistra islamista, ma vorrei segnalare a costoro che una fonte ben più riverita di Argonauta, e cioè un recente editoriale di Michael Dukakis, già Governatore Democratico del Massachusetts e docente di Scienze Politiche alla Norteastern University, apparso sul New York Times del 25 luglio 2006, sosteneva esattamente la stessa tesi denunciando l’imbroglio ignobile imbastito intorno alla questione dalle lobbies delle multinazionali e dei grandi imprenditori. “E’ tempo di dire – scrive Dukakis – che se vogliamo davvero fermare l’immigrazione clandestina dobbiamo innalzare ad 8 dollari l’ora l’attuale salario minimo di 5 dollari. E una volta varata questa riforma, potremo impegnarci con successo ad imporre le norme in difesa del lavoro legale”. E’ falso – conclude Dukakis – ripetere col Presidente Bush (e, vorrei aggiungere io, con gli esperti nostrani di stampo liberista e sinistrese) che gl’immigrati occupano solo i posti peggio pagati, cioè rifiutati dai nostri concittadini. Prima dell’arrivo di questa marea d’immigrati la pulizia degli uffici e degli alberghi era assicurata, i piatti dei ristoranti erano lavati e i prodotti agricoli erano raccolti anche meglio di oggi…dai lavoratori americani, che venivano decentemente retribuiti per questi lavori. Ed anche oggi gli Americani sono pronti ad accettare lavori rischiosi, sporchi o sgradevoli purchè sia offerta una buona paga ed una buona tutela sanitaria e previdenziale”. Le tesi di Dukakis sono state ribadite anche più chiaramente da Thom Hartmann pochi giorni dopo: “Non abbiamo – ha scritto – un problema d’immigrazione illegale, ma solo un problema d’imprenditoria illegale”. E più avanti: “Incoraggiare un rapido incremento della manodopera incoraggiando le aziende ad assumere lavoratori immigrati e meno tutelati è un potentissimo strumento ideato dai conservatori per trasformare la classe media americana in una classe di semi-occupati poveri”.

Alla luce di queste analisi chiare e taglienti e dell’appoggio entusiasta dato dai big di Confindustria alla politica immigratoria aperturista, i nostri sinistresi islamisti farebbero bene a domandarsi a quali strani porti essi sian finiti per approdare in tema d’occupazione, sospinti dalla brama di accaparrarsi il voto degli immigrati: una brama molto miope del resto, come sottolineavo già vari anni fa, ricordando che per ogni voto d’immigrato ne avrebbero perso due o tre d’Italiani residenti, e come è stato confermato nel duello Busby/Bilray, vinto a mani basse dal candidato americano conservatore quando questo ha accusato sistematicamente l’avversario Democratico di favorire l’immigrazione clandestina per arraffare i voti degl’immigrati. Ma, qui da noi, l’idillio ventennale tra Sindacati e Confindustria esclude questi scontri “ingenui”.

I liberisti di stampo clericale e sinistrese farebbero bene, comunque, a rileggersi il saggio “Sul lavoro” scritto dal loro maestro David Ricardo quasi 200 anni fa, ove viene esposta la famosa “legge bronzea dei salari”, che spinge in alto i salari quando c’è scarsità di manodopera e in basso quando ce n’è sovrabbondanza: in particolare, ammoniva Ricardo, i salari dei lavoratori poco qualificati rischiano di crollare a livelli di pura sussistenza. E i nostri liberisti duri e puri farebbero ancor meglio a rileggersi il saggio scritto da Ricardo un paio d’anni dopo e intitolato “Sui profitti” ove Ricardo avverte che, quando il livello dei salari cala, non si produce un calo dei prezzi ma una crescita dei profitti: un avvertimento confermato dalla indecorosa vicenda delle scarpe “Nike”, il cui costo non è affatto diminuito quando la Nike ha utilizzato su vasta scala il lavoro schiavo dei bambini del Terzo Mondo…

Ma Dukakis e i suoi compagni di cordata, a loro volta, fingono di non sapere che imporre alti salari negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente sarebbe molto difficile mentre alle frontiere premono moltitudini di clandestini disposti a lavorare a salari super-minimi e quando la globalizzazione selvaggia voluta dai liberisti d’accademia spalanca le porte ai prodotti a prezzo stracciato del lavoro straccione terzomondista. E allora, cari amici, dobbiamo capire e denunciare che in questa tragedia della guerra tra poveri ci hanno piombato di buon accordo quanti (clericali e comunisti, liberisti e statalisti, conservatori e sedicenti progressisti) hanno provocato l’esplosione demografica e le relative migrazioni disperate e quanti (sempre gli stessi compagni di merende) hanno imposto la globalizzazione selvaggia e indiscriminata, deridendo la liberalizzazione degli scambi proposta nelle opere di James Smith e in queste mie conversazioni: cioè una liberalizzazione limitata inizialmente solo ad aree economicamente e socialmente omogenee (l’euroamericana, l’africana, l’asiatica e la sudamericana) ed estesa solo in un secondo tempo e molto gradualmente all’intero pianeta. La tragedia era perfettamente prevedibile ed evitabile, ma i cervelloni delle gerarchie politiche, religiose ed accademiche non hanno saputo né prevederla né prevenirla, occupati com’erano ad evitare le posizioni scomode, a cantare in coro le canzoni della loro facile demagogia buonista, a perpetuare il loro blablablà inconcludente ed a promuovere con le loro sanatorie e le loro leggi-colabrodo nuove immigrazioni di massa e nuova disoccupazione e povertà per i nostri giovani. Un primo effetto lo si è già visto: nel luglio scorso, gli sbarchi dei clandestini a Lampedusa sono triplicati rispetto al luglio del 2005.
Luigi De Marchi

venerdì, agosto 04, 2006

La fede fanatica smuove le montagne.

Satu Hassi, già Ministro finlandese dell’Ambiente, ha pubblicato di recente sul Notiziario della Commissione Ambientale Europea un articolo intitolato “Il pianeta assetato” ove fornisce vari dati angoscianti sulla rapida riduzione dei ghiacciai a causa dell’effetto serra e sul colpo devastante che tale riduzione è destinata ad infliggere all’ecosistema mondiale e alla già disperata condizione di miliardi di esseri umani.
“Metà della popolazione del pianeta – ricorda Satu Hassi – attinge le sue risorse d’acqua dolce a fiumi che hanno le proprie sorgenti nei ghiacciai. I ghiacciai himalayani, ad esempio, alimentano 7 grandi fiumi asiatici (il Gange, l’Hindu, il Brahmaputra, il Salween, il Mekong, lo Yang Tze e l’Huang He – che assicurano il fabbisogno d’acqua dolce ad oltre due miliardi di asiatici. Ma i ghiacciai himalayani stanno riducendosi rapidamente: secondo l’Accademia Cinese delle Scienze, ad un ritmo del 7% l’anno, che li dimezzerà entro cinquant’anni. E anche nell’area andina del Sud America l’acqua dei ghiacciai contribuisce più dell’acqua piovana alla portata dei fiumi. Bloccare l’effetto serra riducendo subito le emissioni di anidride carbonica è dunque una pre-condizione essenziale per impedire che interi paesi e continenti sprofondino nella sete… e nella fame, dato che la disponibilità d’acqua condiziona l’intera produzione alimentare. Infatti, mentre per dissetare ciascuno di noi bastano e avanzano 4 litri d’acqua al giorno, per produrre il cibo che ciascuno di noi consuma ne occorrono 2.000 (dicesi duemila) litri. E la stessa “rivoluzione verde” (tanto celebrata dai cantori della “magnifiche sorti e prog ressive”) che ha consentito di triplicare la produzione cerealicola nella seconda meta del ‘900 è stata possibile solo per un fortissimo aumento delle irrigazioni. Anche le falde acquifere sotterranee vengono sfruttate ad un ritmo molto più rapido di quello con cui si formano e vanno calando vertiginosamente in regioni ove risiede oltre la metà della popolazione umana”.

Fin qui il memento di Satu Hassi, le cui implicazioni vanno ben oltre il già catastrofico problema dell’alimentazione. Già tre anni fa, in uno di questi miei interventi segnalavo un rapporto della CIA che avvertiva il rischio incombente di nuove sanguinose guerre per l’acqua in dieci regioni del pianeta ove i fiumi bagnano più di una nazione e dove, quindi, la nazione a monte può inquinare o imbrigliare (con dighe e altri sbarramenti) l’acqua che defluisce nella nazione a valle. E poiché questi fiumi “multinazionali” sono oggi più di 260, è evidente che limitare a 10 le regioni destinate a guerreggiare per l’acqua nel prossimo futuro è un calcolo ancora molto ottimista. E la previsione della CIA non può di certo essere scartato per la sua provenienza sospetta. Ancor prima della sua pubblicazione, nel 2003, un rapporto congiunto delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale formulava una profezia altrettanto sinistra: “Il problema idrico è già oggi molto serio, ma diverrà esplosiva tra 10 anni e ingestibile tra 20. Il ‘900 è stato il secolo delle guerr e per il petrolio. Il XXI sarà il secolo delle guerre per l’acqua”.
Anche il benemerito articolo di Satu Hassi, come tutta l’immensa pubblicistica degli ecologisti, sottace e rimuove accuratamente, però, le cause profonde della tragedia dell’acqua che, come e più di sempre, sono cause demografiche. E lo sono sia direttamente che indirettamente, non solo perché il fortissimo aumento della popolazione (quadruplicata, nel Terzo Mondo, durante il secolo scorso) ha creato un enorme aumento del fabbisogno, ma anche perché la pressione demografica ha prodotto una forte deforestazione che, a sua volta, ha inaridito intere regioni.

Il dramma dell’acqua, tuttavia, ha una forte carica demistificatoria. Esso, infatti, è la prova migliore della priorità della questione della sovrappopolazione e dell’inconsistenza dei mille alibi adottati fino ad oggi dalla demagogia religiosa e politica per negare tale priorità. Vediamo perché. Anzitutto, le solite geremiadi sulle colpe dell’Occidente capitalista nel caso dell’acqua sono semplicemente comiche. Così, le invettive dei demagoghi del sinistrese contro l’Occidente industrializzato colpevole d’ogni sventura umana sono inapplicabili al dramma dell’acqua e della sete, caratterizzato da due fatti rocciosi e incontrovertibili: il primo è che l’agricoltura, prevalente nel Terzo Mondo, consuma quasi tre quarti delle risorse idriche mondiali, mentre l’industria, prevalente in Occidente ne consuma solo un quinto e l’uso domestico (tanto imputato a noi occidentali) solo un decimo. Inoltre, a differenza del petrolio o del gas o dei minerali rari, l’acqua non è una risorsa trasferibile cosicché, anche se i nostri sprechi cessassero domani, gli assetati d’Africa o Medio Oriente non ne trarrebbero alcun vantaggio.

Insomma, a differenza di altri problemi contemporanei, la tragedia dell’acqua e della sete è indiscutibilmente prodotta in larga misura dall’esplosione demografica, che nel giro di vent’anni ha più che dimezzato (da 17 mila a 7 mila metri cubi) la quantità d’acqua pro-capite del genere umano e che sta alla radice (con l’estensione dell’industrializzazione ad una popolazione in crescita vertiginosa) dello stesso “effetto serra” e dei relativi sconvolgimenti climatici. Così, la scarsità d’acqua e le guerre che ne deriveranno sono la prova inconfutabile delle responsabilità gravissime dei capi religiosi e politici che, nell’ultimo mezzo secolo, hanno negato la minaccia demografica consentendo o promovendo, con i loro folli veti alla contraccezione, la moltiplicazione delle popolazioni umane. Si tratta di responsabilità che gli stessi rapporti della CIA e dell’ONU e lo stesso articolo di Satu Hassi, qui ricordati, hanno cura di rimuovere, così come zelantemente rimuovono la causa demografica della tragedia incombente, associandosi alla congiura di silenzio in atto da decenni.

Infine, proprio la prevedibile, prevista e innegabile dipendenza della tragedia dell’acqua dall’esplosione demografica, eliminando gli alibi economici o sociali da sempre accampati per altri problemi odierni, svela la natura folle, cioè psicopatologica, dell’opposizione alla regolazione delle nascite, unica via d’uscita da questa come da tante altre tragedie del nostro tempo, e dimostra l’assurdità di continuare a pensare e a fare la politica con i vecchi strumenti ideologici, confessionali, economici o istituzionali, ignorando gli strumenti della psicologia politica. Il fanatismo politico e religioso è dunque riuscito, con la sua fede che smuove le montagne, anche a distruggere i ghiacciai. Come rilevavo già tre anni fa, la morale è che, se la gente continuerà a bersi il cervello e tutte le idiozie dei Capi e dei Papi infallibili, finirà per morire di sete.

posted by Luigi De Marchi @ 9:26 AM

30.03.06
Ginecidio Vaticano
di Luigi De Marchi

Poiché il Vaticano già da molti anni ama accusare d’infanticidio su scala di massa chi, come me, sostiene l’urgenza sociale e umana di un’adeguata assistenza contracet-tiva e abortiva, ho dovuto denunciare ripetutamente, in questi miei interventi, la vera propria strage degli innocenti di cui il dogmatismo cattolico e islamico si è reso re-sponsabile bloccando ogni sforzo internazionale per assicurare quell’assistenza alle donne del Terzo Mondo. Come tutti sappiamo, circa 15 milioni di bambini muoiono ogni anno di fame: ed è ovvio che si tratta di bambini che le loro madri non desidera-vano di certo procreare, ben sapendo di non poterli sfamare in alcun modo, e che era-no state costrette a concepire loro malgrado proprio per la mancanza d’una valida as-sistenza contracettiva imposta da papi e ayatollà. Perciò da quando, circa mezzo seco-lo fa, ho iniziato la mia battaglia per la regolazione delle nascite, i dogmatici vaticani che accusano d’infanticidio me e gli altri fautori di tale regolazione hanno prodotto lo sterminio per fame di almeno mezzo miliardo di bambini: un olocausto al cui con-fronto, come sottolineo da tempo, quelli di Hitler, Stalin o Pol Pot appaiono modeste iniziative artigianali. So bene che, nei sommi sacerdoti, non c’è la volontà di uccidere che animava i tiranni nazi-comunisti, ma nessun uomo responsabile può permettersi di ignorare le tragedie prodotte dalle sue decisioni.
Ora, inoltre, due miei compagni di lotta americani, Donald Collins, editorialista del Pitsburgh Herald Tribune, e Sally Epstein, figlia di Clarence Gamble. un pioniere mondiale del birth control che aiutò anche in Italia le nostre prime iniziative per la diffusione dei principi e dei metodi di procreazione responsabile, mi segnalano un’altra strage che il dogmatismo vaticano ha promosso e promuove nel Terzo Mon-do: la strage delle 300.000 donne che, costrette a procreare loro malgrado perché pri-vate d’ogni assistenza contracettiva, muoiono ogni anno di parto o di altre compli-canze puerperali nel Terzo Mondo. In questo caso, nell’arco di mezzo secolo le vitti-me del genocidio (o ginecidio, come lo definisce un mio amico ginecologo) ammon-tano a circa 15 milioni. E dietro a questa macabra contabilità non stanno solo i deces-si, ma anche le sofferenze che accompagnano la morte d’un bambino per fame o d’una donna per infezioni o traumi gravidici e quelle che la morte della madre produ-ce nei figli già nati.
E tutto questo dolore, perché ? Non perché qualche testo sacro imponga certe atro-cità, ma perché le elucubrazioni d’un qualche infallibile dignitario ecclesiastico, nelle sale sontuose della sua principesca residenza, sono approdate a una certa interpreta-zione di quel testo, magari smentita da un suo altrettanto infallibile collega qualche anno dopo (come accadde tra Paolo VI e Papa Luciani proprio sul tema della regola-zione delle nascite).
Un esempio sinistro degli stermini promossi dal Vaticano ci è giunto di recente dal Vietnam, ove un nuovo tipo di sterilizzazione volontaria (non più chirurgica ma far-macologica) era stato richiesto negli ultimi anni da 50 mila donne che, già madri di almeno tre figli, non volevano averne altri. Si tratta d’un metodo che è stato preferito da 9 donne su 10 alla sterilizzazione chirurgica e che. in 35 paesi, è stato applicato ad oltre 150.000 donne a costo minimo e senza un solo caso di complicanza mortale. Ma a questo punto – come ha rivelato al Congresso Mondiale di Ginecologia il Dr. Do Trong Hieu, rappresentante del Governo vietnamita - un funzionario delle Nazioni Unite totalmente infeudato al Vaticano ha diffuso voci allarmistiche su un fantomati-co effetto cancerogeno del farmaco sterilizzante e sul pericolo che i governi decisi a continuare ad utilizzarlo venissero esclusi dal finanziamento dei loro programmi sani-tari ad opera delle Nazioni Unite. Così, molti governi terzomondisti decisero di so-spendere la sterilizzazione farmacologica. “In Vietnam – ha concluso Hieu – le donne escluse dalla sterilizzazione chimica da loro preferita sono ricorse, per limitare la loro prolificità, agli interventi abortivi, che sono quasi quadruplicati in pochi ann.i”: è questo, un altro brillante risultato dell’invadenza vaticana, che va ad aggiungersi a quello menzionato pochi giorni fa in un altro di questi miei interventi, e cioè alle mi-gliaia di feti abortiti naturalmente prima della 24a settimana per le loro gravi malfor-mazioni e costretti dall’invadenza di pochi prelati, nonostante il parere della maggio-ranza degli specialisti, a vivere una vita disperata di handicappati e ad infelicitare i lo-ro stessi genitori.
Ecco dunque, “di che lacrime gronda e di che sangue” lo sviscerato amore per l’infanzia e per la maternità proclamato a pranzo e a cena dalle gerarchie vaticane: solo negli ultimi 50 anni, esso ha prodotto una catasta di mezzo miliardo di bambini morti di fame, 15 milioni di donne morte per gravidanze indesiderate, 10 milioni di donne morte d’infezioni uterine nei paesi in cui l’assistenza abortiva è vietata dalla legge per le pressioni vaticane, milioni di donne spinte all’aborto dai divieti vaticani alla contraccezione e alla sterilizzazione e migliaia di sventurati obbligati a vivere un’esistenza da disabili gravi per l’ingerenza vaticana nella professione ginecologica. Ma la corsa trionfale dello spermatozoo nelle tube di Falloppio è stata così garantita e i sommi sacerdoti possono dormire il sonno del Giusto nei loro palazzi principeschi.

Luigi De Marchi

30.03.06
Afgano a morte e bomba immigratoria
di Luigi De Marchi

La vicenda di Abdul Rahman, l’islamico afgano che, incarcerato e processato per essersi convertito dalla fede islamica a quella cristiana, rischia ora una condanna a mor-te ad opera d’un tribunale afgano, mi sembra emblematica e istruttiva in molti campi. Anzitutto, essa evidenzia l’assurdità delle politiche finora applicate dall’Occidente nei confronti dell’Islam. Come tutti sappiamo Destra e Sinistra proclamano da almeno dieci anni di volere il dialogo coll’Islam e, a questo fine, hanno moltiplicato le ini-ziative (dalla costruzione di moschee sempre più grandi e confortevoli alla creazione di organi consultivi come la nostra Consulta Islamica alle leggi per la parità scolasti-ca) per assicurare agli islamici (che sono tali per tradizione o per conversione) la massima libertà di culto e di proselitismo. Ma per dialogare bisogna essere in due. E mentre i rappresentanti degli islamici in Italia e in Europa sono molto garruli nell’invocare i diritti religiosi, il loro clero e i loro governi continuano a negare sistematicamente ai cristiani, come del resto ai fedeli delle altre religioni, identici o an-che solo analoghi diritti. Così, essi vietano la costruzione di chiese cristiane o d’altri culti, perseguitano chi tenta di fare opera di proselitismo e addirittura incarcerano o uccidono i convertiti. Ma i loro fratelli immigrati in Europa si guardano bene dal de-nunciare e combattere questa disgustosa doppiezza dei loro prelati e governanti. Al contrario, salvo qualche cerimonia platonica debitamente propagandata (come ad e-sempio il recente incontro tra due dignitari della comunità islamica e di quella israeli-tica in Italia) la rivendicazione dei diritti riconosciuti dalle società occidentali e l’attacco sistematico a queste società all’interno e all’esterno delle moschee continuano paralleli e imperturbabili in tutta Europa. Credo sia utile segnalarvi le espe-rienze sconvolgenti di una coppia gay tra gli immigrati islamici di vari paesi europei, che hanno portato ad un appello, ormai sottoscritto da migliaia di omosessuali, contro la minaccia islamica. Si tratta di due omosessuali che, dopo aver vissuto in Olanda, si erano di recente sposati a Oslo. Ora hanno pubblicato un Appello agli occidentali che così esordisce:
"Non dormite, sarete distrutti dall'Islam, omofobo, misogino e violento, con la
complicità dei deboli reduci della contestazione". Poi uno dei due racconta:
“Al tempo in cui arrivai ad Amsterdam, la locale comunità islamica, come quelle della maggior parte delle grandi città europee, esisteva già da decenni. A comporla non erano solo gli immigrati, ma anche i loro figli e nipoti, ormai adulti. Benché nati nei Paesi Bassi, molti di loro non parlavano olandese, o lo parlavano male. I loro va-lori culturali, a tutti gli intenti e scopi, erano ancora quelli del mondo islamico, e le persone che consideravano i loro leader non erano i membri eletti al Parlamento, ma
gli imam e i notabili del gruppo, che governavano come capi tribù, applicando le pra-tiche della tradizione con autorità incontestata e rammentando loro senza posa i mali del mondo occidentale. Quei leader predicavano il disprezzo della democrazia olan-dese, dell'accettazione dei rapporti gay e dell'uguaglianza delle donne nella
società, rifiutando la libertà di coscienza, denunciando la separazione tra Stato e Chiesa e insistendo sul fatto che i musulmani non avevano obblighi di obbedienza al-le regole della società laica. «Questi tedeschi, questi atei e questi europei non si depi-lano sotto le ascelle», predicava un religiosoberlinese nel 2004, «e il sudore si impre-gna nei loro peli generando un odore rivoltante e rendendoli puzzolenti. All'inferno gli infedeli! All’inferno,insieme a tutte le democrazie!». Un predicatore di Copenha-gen diceva al suo pubblico che «il laicismo è una forma disgustosa di oppressione. Nessun musulmano può accettare il laicismo, la libertà e la democrazia. Solo Allah può dettare le leggi morali e la conseguente legislazione scritta della società”. Per loro – continua il racconto - i valori come il pluralismo, i diritti umani, la tolleranza e l'uguaglianza dei sessi sono concetti estranei e immorali. Vedono la società occidentale come nemica, gli uomini europei come degli impotenti e le donne europee come delle sgualdrine.”
Questa, cari amici, è la realtà delle comunità islamiche in Europa e il dibattito sull’immigrazione non può prescindere da questa realtà. A mio parere, l’aperturismo indiscriminato ad una massiccia immigrazione islamica che è finora prevalso signifi-ca minare alla base la società liberal-democratica europea e preparare una guerra inte-retnica e interreligiosa al cui confronto quella jugoslava sarà una burletta.
Alla linea suicida del dialogo unilaterale e calabrache praticata dalla Sinistra e dal Vaticano si è contrapposta la linea omicida dell’intervento militare praticata dalla De-stra, che si è rivelata altrettanto fallimentare. La ragione del duplice fallimento sta nel semplice fatto che il fanatismo islamico (come e più di ogni altro fanatismo) disprez-za il dialogo e vede nello scontro militare e nella morte in battaglia un invito a nozze, un’occasione preziosa per assicurarsi l’eterna felicità ultraterrena tra 72 vergini allupate. Ma se così stanno le cose, l’unica via per salvare la società liberale e, con essa, le speranze d’una evoluzione umana libera e pacifica sta nel bonificare i tratti para-noidi del mondo islamico con la guerra mediatica che vado invocando da anni con Marco Pannella e Daniele Capezzone.

Luigi De Marchi

 


8/11/05
Luigi De Marchi
Banlieu in rivolta e litanie imbecilli

Ci siamo: nelle periferie di Parigi, ma anche di Marsiglia, di Lione, di Digione, di Tolosa sono scoppiati i primi episodi d'un fenomeno - la guerriglia urbana destinata a trasformarsi in guerra civile - da me esplicitamente previsto già una ventina d'anni fa in uno scritto su "Repubblica", che mi aveva naturalmente attirato violente accuse di fascismo e razzismo da parte dei soliti maìtres à penser della cultura dominante (anzi, maìtres à chanter, perché non sono maestri di pensiero ma di cantilene insulse, fallimentari e tuttavia ripetute da decenni come giaculatorie immutabili). Allora scrivevo che la dissennata politica aperturista nei confronti dell'immigrazione (una politica già in quegli anni apertamente rifiutata e denunciata, come ogni sondaggio confermava, dalla maggioranza assoluta delle popolazioni europee e tuttavia caparbiamente praticata dalla maggioranza assoluta di una classe politica che, a parole, si proclamava democratica e rispettosissima della volontà popolare) avrebbe fatalmente portato a una crescente conflittualità tra immigrati ed europei che, altrettanto fatalmente, sarebbe sfociata in guerriglia urbana prima e guerra civile poi.

Ma la cultura egemone, saccente, supponente, e sempre pronta ad infischiarsene della volontà popolare, non ha voluto ovviamente ascoltare i miei fastidiosi moniti di grillo parlante ed ha continuato a cantare le sue messe cantate di buonismo xenofilo e colpevolismo antioccidentale. Forse il più impressionanrte esempio di questa tragicomica suppponenza che impedisce da sempre ai nostri intellettuali cosiddetti impegnati di prendere coscienza dei propri errori o di rinunciare al loro ruolo di predicatori strapagati di sfondoni, è stato in questi giorni un serioso editoriale di Bernardo Valli sulla rivolta delle banlieux apparso su "Repubblica" e intitolato "La collera degli esclusi", che mi sembra esprimere bene e in sintesi tutti i luoghi comuni d'una cultura e d'una politica estera che ci stanno portando senza batter ciglio alla guerra civile.

Valli esordisce col solito pianto greco sui "poveri immigrati o figli d'immigrati" che, pur avendo un passaporto francese, "non si sentono accettati come veri cittadini". Non gli passa neppure per la testa, al politologo buonista Bernardo Valli, che la colpa di quanto accade possa ricadere su chi ha aperto le porte e accordato la cittadinanza a masse di persone provenienti dalla cultura meno integrabile del mondo, appunto quella islamica. La colpa dev'essere naturalmente del "popolino" (come lo chiama la gente dei salotti buoni e buonisti) che non accoglie a braccia aperte, nelle periferie, quelle masse che i buoni e i buonisti accuratamente escludono dalle proprie ben recintate residenze, non a caso definite "esclusive".

Valli ci descrive anche il suo turbamento da Dama di S.Vincenzo a contatto con questi giovanotti affascinanti. "La sera - scrive - incontro stormi di giovani arabi che sprigionano le loro frustrate energie. Non passeggiano: corrono, anzi galoppano, gesticolando, urtandosi, gridando. Quando sfioro le loro spalle ho l'impressione di scontrarmi con una massa rovente. La loro non è certo la folla soffice, educata ed esangue che incontro al Faubourg Saint-Honoré."

Che importa se questi bei ragazzoni bruciano a migliaia le automobili dei vicini di casa, spesso emarginati come loro, se colpiscono i poveri (o gli handicappati, come hanno fatto con la vecchia invalida cosparsa di benzina e bruciata) e se hanno abbandonato i banchi di scuola, come ci dice Valli con la solita indulgenza plenaria, "per rifiuto o per disattenzione" ?

Quel che importa, ai nostri giornalisti "intelligenti" ed ai loro finanziatori della stampa confindustriale, è che questi bei giovanottoni non sono "esangui" e che, ricorda Valli, "garantiscono la crescita demografica della Francia, altrimenti condannata all'invecchiamento". Qui, in poche righe, mi sembra davvero racchiusa tutta l'ottusità dell'attuale cultura radical-chic che sta distruggendo l'Occidente liberale. Anzitutto, va segnalata la mentalità fascista che affiora in questo linguaggio, in cui i popoli europei "vecchi ed esangui", come diceva l'indimenticabile Benito, sono contrapposti ai giovanottoni virili e sanguigni che, nella loro odierna versione islamica, andando in bianco da un anno all'altro finiscono magari per farsi esplodere pur di realizzare una scopata almeno nell'aldilà.

Ma soprattutto, a proposito di demografia, mi sembra riemergere la storica imbecillità della nostra cultura egemone dinanzi alla causa profonda, appunto demografica, dell'attuale tragedia immigratoria e dei suoi incombenti corollari di guerra civile. Dopo aver negato per decenni (e quindi rifiutato di scongiurare) la minaccia evidente e gravissima dell'esplosione demografica terzomondista per compiacere ai veti vaticani e dopo essersi rifiutata di capire o di dire che l'alluvione immigratoria era ed è solo l'onda d'urto della bomba demografica, questa cultura ebete inneggia alla prolificità conigliesca degli immigrati senza neanche rendersi conto che la crescita demografica da loro garantita è solo garanzia di future guerre civili e di stravolgimento della civiltà europea.


Luigi De Marchi


17/10/05
Umanesimo liberale
o regressione dogmatica ? (Editpriale di Luigi de Marchi su Radio Radicale del 17.10.05)

In un bell’articolo apparso ieri sulla prima pagina di “Repubblica” Mario Pirani tenta un bilancio della crisi del laicismo (parola ormai al bando del galateo politichese) quale si è venuta manifestando negli ultimi anni attraverso le capitolazioni di molti esponenti laici dinanzi al canto gregoriano delle nuove sirene sagrestane. E ricorda il caso di Piero Fassino, leader d’un partito di tradizione rigorosamente atea, che si è dichiarato apertamente cattolico e animato da una fede rafforzata da 9 anni di educa-zione gesuitica; quello di Fausto Bertinotti, leader della sinistra dura e pura, che ha proclamato di non riconoscersi più nel suo ateismo giovanile e di essere approdato, con un profondo coinvolgimento emotivo, ad una commossa ricerca di Dio; e quello di Giuliano Amato che, pioniere di questi ripensamenti laici, è giunto a concludere che i vecchi assunti laicisti, soprattutto quando pretendono di confinare nel privato la sfera della religiosità, non reggono più perché ormai la religione fa parte della sfera pubblica e pertanto “i principi fondanti della democrazia, dalla libertà di coscienza al rispetto dei diritti umani, devono essere salvaguardati nel quadro del dialogo con l’autorità ecclesiastica”. E Pirani, evidentemente preoccupato dalle diserzioni dei co-siddetti laici di sinistra, omette di ricordare quelle altrettanto clamorose dei cosiddetti laici di destra tra cui spiccano vistosamente, per altezza e per larghezz, Marcello Pera e Giuliano Ferrara. A questi ex compagni di laicismo Mario Pirani contrappone una descrizione del laico verace d’oggi, da lui definito “illuminista odierno”, che merita d’essere riportata per la sua onestà e nobiltà intellettuale:
“L’illuminista odierno, scrive, anche se orgoglioso dei propri valori, li sottopone sempre al vaglio del dubbio, della verifica e dell’analisi storicistica, che li spogliano del crisma dell’assoluto. La religione – anzi le religioni d’ogni tempo e d’ogni luogo - le interpreta come la più straordinaria e duratura invenzione dell’uomo per esorcizza-re l’idea insopportabile di una morte eterna e senza speranza, e per darsi una risposta al mistero che lo circonda, ai mille perché cui la scienza non è arrivata e forse non ar-riverà mai a dare soluzione. Di qui l’anelito umano ad una sentenza trascendente, ad una Rivelazione che scenda sulla terra da una sfera metafisica, in genere tramite un Libro Sacro. Le falangi dei credenti possono così placare l’ansia dellì’esistenza, im-maginare protezione e consolazione, esternare riconoscenza e devozione. Tutto ciò spiega perché la religione definisca la natura e la vita come una creazione e respinga le teorie evoluzionistiche, materialistiche e storicistiche. Di qui il difficile rapporto con la scienza quando questa perviene a modificare l’esistente, cosicchè da questo punto di vista non c’è differenza qualitativa tra la condanna di Galileo e quella odier-na sulla manipolazione degli embrioni”.
Per quanto nobile e onesta, l’analisi di Pirani è tuttavia molto riduttiva. Magari i guasti del dogmatismo si riducessero a questo rapporto difficile con la scienza e alla diserzione di qualche intellettualetto o intellettualone laico ! La vastità del dramma può essere capita solo se ne seguiamo gli sviluppi nei suoi complicati processi psico-logici, come ho tentato di fare oltre vent’anni fa con la mia psicologia esistenziale e con l’opera “Lo shock primario”. La religione, così come è nata e si è evoluta stori-camente, è stata ed è alla radice delle più grandi tragedie umane. Ogni gruppo umano, infatti, ha ritenuto che la sua fede religiosa e la sua chiesa fossero le uniche vere, le uniche capaci di assicurare davvero al credente la desiderata immortalità, cioè una vi-ta eterna e felice nell’aldilà. Gli altri gruppi umani, a partire da Zoroastro e forse an-che prima, furono percepiti come asserviti a Dei falsi e bugiardi e quindi come peri-colosi agenti del Demonio da combattere, uccidere o convertire col ferro e col fuoco alla Vera Fede e alla Vera Chiesa. Da qui è nata l’infinita sequenza delle “guerre san-te” che ha insanguinato la storia umana, di cui anche i cristiani sono stati per secoli spietati militanti finchè non è nato in Europa il pensiero lluminista e liberale e che tuttora ci delizia nella sua versione più recente, di stampo islamico e terrorista. Altra spaventosa tragedia scatenata dal dogmatismo religioso e dai suoi tabù sessuali è stata l’esplosione demografica, con i suoi atroci corollari di fame e sete (450 milioni di bambini morti di fame nell’ultimo mezzo secolo), disoccupazione di massa, desertifi-cazione del pianeta e migrazioni disperate. Quello che il dogmatismo religioso ha mi-nacciato e minaccia non è stata e non è dunque solo la libera ricerca scientifica ed i suoi preziosi contributi all’evoluzione umana, ma la pace, la fratellanza e la vita u-mana sulla Terra che spesso, a parole, i vari dogmatismi predicano. L’errore capitale del pensiero laico e liberale è stato, storicamente, quello di ritenere che le religioni dogmatiche potessero pacificamente coesistere e convivere con le società liberali. Come dicevo già qualche anno fa in un altro mio editoriale, l’idea liberale di u-na“Libera Chiesa in Libero Stato” appare oggi una illusione ottocentesca che non te-neva conto delle ambizioni totalitarie d’ogni religione dogmatica e delle sue sempre latenti degenerazioni fanatiche. Per il fanatico aggredire, uccidere o convertire il mi-scredente non è un optional, ma una questione di vita o di morte eterna.
Le molte, recenti diserzioni dei laici mi sembrano quindi sollevare un interrogativo drammatico che mi ponevo già vent’anni fa ne “Lo shock primario”. Già allora se-gnalavo la crisi profonda che proprio gli Illuministi, spesso senza rendersene conto, avevano scatenato nella psiche umana demolendo le certezze religiose con cui essa aveva cercato di difendersi dall’angoscia della morte e avevo indicato i totalitarismi e i fanatismi politici del ‘900 come un tentativo, destinato al fallimento e fallito in po-chi decenni, di rispondere a quella crisi sostituendo i fanatismi religiosi con quelli po-litici, i paradisi celesti con quelli terrestri. E infine mi domandavo: “Potrà la nostra psiche resistere alla sua angoscia esistenziale ora che le difese del dogmatismo reli-gioso e politico sono crollate, saprà essa scoprire la gioia immensa d’una vita priva di certezze ma vibrante d’autentico amore per gli altri, tutti gli altri esseri umani, e di fraterna alleanza nella comune avventura cosmica dell’uomo ? O invece crollerà sotto i colpi devastanti della sua angoscia primaria e dovrà regredire verso quelle promesse dogmatiche di immortalità e felicità eterna che sono purtroppo indissolubilmente le-gate alla “guerra santa” ed alla rinuncia alla libera ricerca e crescita umana ? O, fi-nalmente, riuscirà a vivere serena nel quadro d’una nuova religione transculturale dell’uomo, visto come espressione suprema dell’evoluzione vitale e delle sue finalità anche spirituali ?” Insomma, amici, la crisi di molti laici più fragili ed opportunisti ci dice che siamo dinanzi ad un bivio epocale tra umanesimo liberale e regressione dog-matica.

Luigi De Marchi


25/05/05
Guerra mediatica:
Europa calabrache - Editoriale di Luigi De Marchi per Radio Radicale (RR - 8.08.05)
 

Come ben sa chi conosce la mia opera pubblicistica, da vari anni cerco invano di segnalare ai leaders dell’Occidente che, per vincere la guerra contro il fanatismo ed il terrorismo, l’arma vincente non sta nel moltiplicare le insidie dell’intelligence e gli interventi militari (perché i fanatici bramano la morte in battaglia come viatico sicuro per il paradiso e le gioie voluttuose delle 72 vergini) ma nel bonificare, mediante una gigantesca e tenace campagna mediatica, l’humus islamico estremista che produce e riproduce di continuo il fanatismo e il terrorismo. E circa due anni fa sembrò che Berlusconi avesse accolto quelle nostre idee quando disse ad una conferenza-stampa in Tunisia che “il terrorismo non si può vincere con la forza delle armi, ma solo con una sistematica azione dei mass-media (radio, televisione, etc.)”. Purtroppo, a quelle parole (che per parte mia salutai con grande speranza) non seguì nessuna concreta iniziativa. Ultimamente però sono arrivate dalla Francia e dal Qatar un paio di notizie sconvolgenti, che svelano come l’importanza e l’urgenza della guerra mediatica siano state comprese dalle dirigenze islamiche molto prima e molto meglio che da certi nostri leaders, ottusi e calabrache.
Una di queste notizie è apparsa sul “Corriere Magazine”. In un lungo servizio di Cecilia Zecchinelli, il nostro Corrierone ha annunciato con parole cariche di malcelata eccitazione ed ammirazione che Al JAZIRA, “la TV araba più controversa (un eufemisno per indicare una TV divenuta famosa per il suo aperto fiancheggiamento del fanatismo e del terrorismo islamico, n.d.a) ha comunicato in questi giorni, dopo anni di rinvii, il lancio d’un canale planetario internazionale in lingua inglese”: insomma, la cintura mediatica globale, che da anni propongo invano per bonificare il fanatismo islamico, la stanno realizzando gli amici dei fanatici, ma rovesciata, per disarmare l’Occidente liberale dinanzi alla minaccia islamica. E, seduti sulle loro montagne di petrodollari, i padroni di “al Jazira” non hanno badato a spese, offrendo contratti sontuosi ad alcuni dei più noti giornalisti e commentatori anglo-americani che li hanno accettatti di buon grado nonostante il loro sviscerato amore per la libertà di stampa. //Così per esempio Riz Khan, conduttore telegenico e brillante prima di BBC World e poi della CNN di Ted Turner, è pronto a “passare al nemico”, come dice egli stesso con un pizzico d’incosciente civetteria, adagiato su un tappeto volante di bibliettoni verdi. E il direttore generale della nuova gioiosa macchina da guerra del fanatismo arabo, Nigel Parsons (un nome da britannico puro sangue), conferma la buona novella e aggiunge trionfalmente: “All’inizio del 2006 debutteremo. Le assunzioni sono quasi completate: in tutto 300-400 persone (cento più cento meno, sembra dire, sono inezie quando si nuota nei petrodollari) tra giornalisti, tecnici e dirigenti, sparsi a Washington, a Londra e in altre 20 redazioni in ogni angolo del mondo, ai quali si affiancherà un network globale di corrispondenti sul campo”//.
E anche da noi il fascino della TV petrodollarona fa breccia in molti cuori e li predispone alla benevolenza. Così per esempio l’inviata di guerra del TG1 Tiziana Ferrario respinge seccamente le accuse di connivenza col terrorismo arabo rivolte ad “al Jazira”. “Macchè connivenza – dice – E’ solo informazione, bellezza. Sfido qualunque network del pianeta a ricevere prima di tutti una videocassetta di bin Laden e a non trasmetterla”. Parole sante, ma forse le innumerevoli videocassette di ostaggi innocenti terrorizzati e decapitati trasmesse da “al Jazira” con reverente rispetto e senza una parola di deplorazione o disgusto sono qualcosa di leggermente diverso da uno scoop giornalistico e politico, non ti sembra cara Tiziana ?
L’altra emblematica notizia è arrivata qualche settimana fa dalla Francia, che ha deciso di spalancare le porte dell’etere europeo alla televisione Al Manara, emanazione degli Hezbollah (famoso gruppo fanatico e terrorista islamico). E’ stata firmata a Parigi una convenzione che assicurerà ai fanatici di Hezbollah tutte le frequenze necessarie per diffondere la loro propaganda incendiaria in tutta l’Unione Europea”.
Credo che questa notizia ci dica a che punto d’incoscienza e di stupidità sono arrivati certi leaders europei. Non solo, nonostante le nostre innumerevoli sollecitazioni nessuno ha mosso un dito per consentirci di rivelare alle masse islamiche, indottrinate e fanatizzate quotidianamente dai media dei loro regimi dogmatici, la realtà di libertà e umanità della civiltà occidentale, spacciata per satanica da quei regimi, ma ora si sta stendendo un tappeto rosso davanti alla invadenza della propaganda dei gruppi islamici più fanatici tra le masse musulmane europee, che potranno così essere trasformate in masse di militanti della guerra santa contro l’Europa liberale. E ancora una volta la classe politica francese si dimostra la più pericolosa quinta colonna dell’attacco islamico contro l’Occidente liberale e la principale vessillifera dell’Europa calabrache che da vennt’anni strizza l’occhio all’estremismo islamico..
//Anche se molti dei nostri politici ed intellettuali progressisti amano sottacerlo, infatti, la Francia e la cultura del sinistrese sono state le principali piromani dell’incendio fondamentalista e terrorista che è dilagato nel mondo islamico negli ultimi vent’anni e che minaccia oggi la sopravvivenza stessa dell’Occidente liberale. Fu proprio il governo francese, negli anni ’70 a dare ospitalità, protezione e appoggio all’ayatollà Khomeini, a farne il protagonista della lotta fanatica del clero islamico contro i programmi di laicizzazione dello Scià, ad insediarlo al potere in Iran dopo i moti clericali del ’79 ed a tenere a battesimo il regime degli ayatollà, primatista mondiale della tortura e dell’assassinio politico, che divenne a sua volta finanziatore e ispiratore di molti movimenti terroristi. Ma perché tanta rovinosa imbecillità?
Credo che essa affondi le sue radici nelle solite patetiche velleità francesi di grandeur e nel solito, provinciale livore amtiamericano di tanti intellettuali europei.// Ora però la misura è colma. Ora, se non vogliamo svendere al fanatismo islamico non solo i diritti umani e le speranze d’un futuro di libertà e fratella, ma anche la nostra sicurezza ed indipendenza personale nei prossimi anni, bisogna esigere che le dirigenze politiche europee escano dal loro letargo opportunistico e si decidano a bonificare coll’arma più valida e incruenta, quella mediatica, l’humus paranoideo, sessuofobico, misogino, maschilista, reazionario e dogmatico di tanta parte della cultura islamica: insomma, l’humus ove cresce la pianta velenosa del terrorismo e del fanatismo.
Luigi De Marchi


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