LA PAGINA DI GIOVANNI LUBRANO

20/10/08 - Su segnalazione di Giovanni Lubrano vi proponiamo una documento rievocazione dei fatti di Via della Lungaretta del 25 ottobre 1867

Questo brano fa parte di una raccolta di corrispondenze del giornalista Ugo Pesci, inviato del Fanfulla di Firenze, e ripubblicate nel 1895. Di seguito riportiamo un brano che ricorda i patrioti caduti insieme a Giuditta Tavani Arquati.

Roma, unita all’Italia, dal 22 al 25 ottobre 1870
di Ugo Pesci,
corrispondente al campo del Fanfulla di Firenze

 

“Il 22 ottobre 1870 Roma fu imbandierata per il terzo anniversario del disgraziato tentativo di rivoluzione del 1867: il 23, circa quattromila persone andarono a Villa Glori a visitare lo storico olivo sotto il quale Giovanni ed Enrico Cairoli compirono l’atto di eroismo eternato da Ercole Rosa nel bronzo e da Cesare Pascarella* nei suoi sonetti dialettali.
Il 25 la popolazione di Roma andava per la prima volta in pellegrinaggio al numero 97 di via della Longaretta , dove era il lanificio di Giulio Ajani, a visitare la strettissima scala e la soffitta, per dove, sopraffatti dalla forza del numero, s’erano avviati sperando di trovar scampo i popolani sorpresi dagli zuavi; e dove cadde assassinata Giuditta Tavani che aveva visto cadere il marito Francesco Arquati e portava in braccio il piccolo Antonio settenne; e furono uccisi Giuseppe Gioacchini, Paolo Gioacchini, Giovanni Rizzo, Angelo Domenicali, Enrico Ferroli, Rodolfo Donnaggio e Francesco Mauro; uomini semplici, di buona fede, incapaci di calcolare quanto avrebbe potuto fruttar loro un giorno l’essere stati pronti al sagrifizio della vita per l’idea della Patria. La loro memoria, mi affretto a dirlo, era in quei giorni onorata da gente d’ogni partito. Soltanto più tardi – sintomo manifesto di decadenza! – s’è scoperto che v’è un patriottismo per i progressisti ed i radicali ad un altro per quelli di idee più temperate e conservatrici.”

* Villa Gloria, 1886


24/09/08 - Riceviamo da Giovanni Lubano, giornalista e scrittore, questo formidabile commento agli eventi verificatisi a Roma il 20 Settembre u.s, in occasione della Commemorazione della Breccia di Porta Pia.

24/9/08 - Storia e tromboni stonati

“ Dopo Sedan (Mentana diè forse un granello di polvere insanguinata a far traboccare il secondo impero) i fati eran pieni: volgarmente, la pera era matura, cadde”. Giosuè Carducci, 20.8.1895

 Dopo 138 anni c’è ancora “chi” sostiene che il 20 settembre 1870, l’Italia di Vittorio Emanuele II compì un atto di forza illegittimo, facendo entrare (decisione ufficiale del governo di Giovanni Lanza) le truppe guidate dal gen. Raffele Cadorna, affiancato nel comando dai garibaldini generali Nino Bixio e Enrico Cosenz, nella “città eterna” dalla breccia che a pochi metri dalla porta Pia, in direzione via “Salara”, fu aperta da 835 colpi di cannone sparati dall’artiglieria sabauda dalle ore 5 e mezza alle 9.00 del mattino.

Ora, se quel “chi” assume le sembianze e le vesti di qualche prete (o sedicente tale) esaltato nihil obstat: di matti, innocui e pericolosi, ce ne sono in giro tanti, forse troppi ma tant’è. Uno, in più o meno, che altri danni può fare in una Italia attuale così densa di problemi?

Nessuno, esattamente come quelle brave persone che, ogni 21 gennaio, si recano in S.Lorenzo in Lucina per sentir messa in memoria di Louis Capeto, già Luigi XVI re di Francia, decapitato appunto il 21 gennaio 1793 a Parigi in place de la Révolution, oggi più serenamente chiamata place de la Concorde.

In genere a tale mesta cerimonia partecipano altrettanto mesti e antidiluviani esponenti della più antica e blasonata “nobiltà” romana, quella detta “nera”, sepolcri imbiancati della migliore qualità. Non danno fastidio a nessuno, nessuno li sbeffeggia o prende a pernacchie quando fanno il loro ingresso in chiesa.

Se invece quel “chi” indossa i panni di generale dell’ex regio Esercito, oggi Esercito della Repubblica, allora la questione diventa istituzionalmente gravissima. E se quel “chi” è in più consigliere comunale a Roma e delegato del sindaco per la memoria della città, ed è dallo stesso primo cittadino incaricato di tenere una concione in occasione della manifestazione ufficiale capitolina davanti alla breccia di porta Pia, diventa dunque assolutamente inconcepibile che costui renda omaggio ai militi mercenari papalini leggendo, uno ad uno, i nomi dei 19 morti che, agli ordini di Pio IX, del cardinale Antonelli e del generale Kanzler cercarono di tenere testa ai bersaglieri e non citando alcuno dei 49 caduti (e 131 feriti) italiani.

Cosa che si fa, di norma, in ogni celebrazione commemorativa di Soldati italiani. E, ad ogni nome, si risponde “Presente!”

Questo “chi” ha in pratica reso onore ai nemici di quello Stato che dà ancora a lui la possibilità di fregiarsi della patacca di “militare della riserva”, con annessi e connessi.

Ma dove l’hanno trovato un arnese del genere?

Forse ha fatto testo - e merito – che dichiari di aver frequentato scuola media e liceo nella “scuola pontificia” Pio IX di via della Conciliazione in Roma? Ai posteri…

Questo “chi” – ironia della sorte – è curatore del museo storico dei Granatieri di Sardegna, una istituzione militare tipicamente veterosavoiarda e, in tale veste, esalta i nemici dei Savoia e stende una pietra tombale senza nome su quei 49 Figli d’Italia che, a prezzo del loro sangue, liberando Roma dal dominio assolutistico e reazionario  del papa re, completarono l’Unità.

Un bel campione, non vi è dubbio!

Concludendo, questo ufficiale si è reso reo di vilipendio alle istituzioni seguenti:

  1. 1.     allo Stato ed all’Esercito italiani di cui è tuttora dipendente e che ancora gli permette di indossare l’onorata divisa;
  2. 2.     alla Bandiera che, come recita l’art. 12 della Costituzione della Repubblica “… è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensione”, e che non è quella bianca e giallo dello Stato della Città del Vaticano;

P.Q.M., signor ministro della Difesa: che aspetta a degradare un siffatto ufficiale?

P.Q.M., signor sindaco di Roma, che aspetta a rimuoverlo dal suo incarico?

P.Q.M., amici dell’associazionismo laico: che aspettiamo ad occuparci di questioni rilevanti come la Storia e l’identità nazionale?

Più attenzione politica: il 20 settembre è ogni giorno della nostra vita.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello

1° p.s. Ai nostalgici del buonismo ecclesiale, occorre ricordare che ai familiari de “l’Uomo della Provvidenza”, la moglie Rachele e i figli più piccoli Anna Maria e Romano, negli ultimi drammatici istanti della vita sua e della Rsi, gli alberghi “de li preti” non offrirono né accoglienza, né assistenza…

2° p.s. Il delegato dei bersaglieri sostiene che “non è vero che non sono stati ricordati i bersaglieri” (Corriere della Sera , cronaca di Roma, 22.8.08). E’ la classica smentita, peraltro non ufficiale, che conferma quanto scritto sui maggiori quotidiani nazionali che hanno dedicato le prime pagine allo sgradevolissimo episodio.

3° p.s. Ai servi sciocchi del Presidente del Consiglio, quelli che scrivono nel “Geniale”* del 21.8.08 “e ora si occuperanno di Orazi e Curiazi”, ammesso che sappiano  chi erano gli Orazi e i Curiazi (sempre noi pronti a raccontargliela, quella storia, ma il guanto di sfida non sarà raccolto…) è necessario ricordare a loro che sostengono che “un Paese con il collo girato sempre indietro rischia di impantanarsi”, che il padrone alimentò la sua prima campagna elettorale e il periodo 1996-2001 in cui fu all’opposizione, distribuendo a piene mani (e guadagnandoci su un sacco di soldi perché proprietario della Mondadori) e facendo vendere un sacco di copie del volume “Il libro nero del comunismo”…

E che, con tutti i suoi torti, Stalin non si sarebbe mai sognato di “omaggiare” i nazisti invasori. Anche se prima ci aveva trescato. Amen.

G.L.d.S.

* è il Giornale  


10/03/08 - Riceviamo da Gianni Lubrano e volentieri pubblichiamo

Intervento svolto al convegno “La partecipazione dei socialisti alla Resistenza romana”, dibattito organizzato dal Circolo Craxi, presso la sezione socialista di via dei Ramni, Roma-San Lorenzo il 3 marzo 2008

 La strage di via Rasella e il massacro delle Fosse Ardeatine
 
Quando si parla della strage di via Rasella e del massacro delle Fosse Ardeatine ci si trova di fronte ad un enorme, tremendo mosaico impastato di sangue, menzogne, disquisizioni giurisprudenziali, accaniti duelli – non molti per la verità – combattuti in aule di tribunali militari, civili, penali, fino alla suprema Corte di Cassazione; di fiancheggiatori ben retribuiti, con soldi e ottime carriere politiche, universitarie…, delle verità a senso unico o, quantomeno, a favore di una parte esclusiva, di sparizione di persone. In tal caso, o mediante un ben mirato linciaggio fisico, durato oltre tre ore, come avvenne il 18 settembre 1944 al dott. Donato Carretta, già direttore del carcere di Regina Coeli all’epoca dei tristemente noti fatti, e prima ancora dell’istituto di pena di Civitavecchia; oppure tramite le troppo affrettate fucilazioni, avvenute peraltro dopo sommari, molto sommari processi come quello dell’ex questore di Roma Pietro Caruso, e di Pietro Koch, capo di una banda fascista specializzata, nei nove mesi dell’occupazione tedesca di Roma, chissà per ordine di chi, nella caccia e cattura “solo” dei partigiani militanti del Partito d’Azione di Giustizia e Libertà, come ricorda Guido Leto, uno dei massimi dirigenti dell’Ovra poi riciclatosi nel ministero dell’Interno dell’Italia repubblicana, nel suo libro di memorie. In una parola: la “nuova giustizia popolare” tappò la bocca a testimoni estremamente importanti come Carretta, Caruso e Koch, impedendo così oggettivamente di approfondire e chiarire i tanti misteri sulla compilazione delle famose liste dei condannati al boia, preparate in via Tasso e a Regina Coeli. Essa mette pertanto, tragicamente e rapidissimamente, la mordacchia a chi avrebbe potuto rivelare i particolari di quelle drammatiche ore che, probabilmente, sarebbero stati quanto  mai imbarazzanti soprattutto per coloro che avevano architettato e fatto eseguire la prima strage in via Rasella, alle ore 15.52 del 23 marzo 1944, altezza del civico 156. Qui saltano in aria 33 militari altoatesini della 11° Compagnia del 3° Battaglione del Reggimento Bozen, destinata a servizi ausiliari e di guardia al ministero dell’Interno. Altri dieci soldati – non dichiarati da Kappler altrimenti alle Fosse Ardeatine ce ne sarebbero stati altri 100 di scannati – moriranno nei giorni successivi.
Sono tre i motivi ricorrenti nella “vulgata” (come ebbe a definirla il mai abbastanza compianto prof. Renzo De Felice) pseudo-resistenziale:
 
  1. L’episodio di via Rasella è un atto legittimo di guerra degli “eroici” gappisti romani e in via Rasella, e di via Rasella, non deve rimanere memoria storica di quell’agguato;
  2. Gli attentatori mai avrebbero previsto una rappresaglia contro la popolazione civile, e di quelle dimensioni. Sostengono che non è vero – e qui forse hanno ragione – che il Comando tedesco, nelle ore immediatamente successive a ciò che era successo in via Rasella, abbia invitato gli autori a costituirsi per evitare il terribile atto del 24 marzo. Affermano anzi con forza che mai si sarebbero autodenunciati;
  3. I gappisti comunisti hanno sempre negato che ci fossero vittime civili. Bentivegna e la ormai defunta Carla Capponi hanno spesso insistito sul punto di avere allontanato degli adulti e dei bambini dal luogo in cui sarebbe scoppiata la bomba.
 
Osserviamo che la questione della rappresaglia non è una novità: non è questione “codificata” però è praticata da quando esistono le guerre. Tutti gli eserciti vi hanno sempre fatto ricorso, dai Romani, ai tedeschi, italiani, francesi in Algeria, americani nel Viet Nam (e prima il generale Patton in Sicilia), sovietici in Afghanistan, iracheni di Saddam Hussein che hanno gasato i curdi. Tra l’altro, a Roma c’era già stato un precedente. Lo ricorda l’avvocato Giuliano Vassalli che, in una deposizione resa al Gip di Roma il 22 settembre 1997, afferma: “A Roma vi furono molti attentati contro i tedeschi, già prima di via Rasella, tra i quali uno a piazza dei Mirti, nell’ottobre 1943: per l’uccisione di un soldato tedesco, furono fucilati dieci civili per rappresaglia”. Tale è la testimonianza, molto autorevole, del presidente emerito della Corte Costituzionale, al tempo dei fatti membro dell’organizzazione militare Partito Socialista Italiano, capo del quarto settore e poi della quarta zona, Roma Centro. Per cui la rappresaglia dieci ad uno era nota, fin dall’ottobre 1943, alle varie formazioni partigiane romane.
Per quanto concerne le vittime civili, esse ci furono. A cominciare dal piccolo Piero Zuccheretti, di 13 anni, tagliato a pezzi dalla tremenda esplosione: i piedi non furono mai trovati. Gli altri furono, Fiammetta Baglioni, Pasquale Di Marco, Adele Ricci, Franco Scagnetti, Enrico Conti, Erminio Rossitto, Antonio Chiaretti. Chiaretti, dipendente della Teti, era partigiano di Bandiera Rossa, la componente patriottica più numerosa di Roma. Cosa ci faceva in via Rasella?
 
Mandanti ed esecutori della prima strage in via Rasella 
Comandante delle brigate Garibaldi per Roma e per l’Italia centrale è in quel momento l’esponente di spicco del Pci Giorgio Amendola. Che a Roma fa la bella vita, come ricorda nelle sue memorie riassunte nel libro “Lettere a Milano” del 1974. Dall’ottobre ’43 è in atto una divergenza radicale tra Roma e l’organizzazione comunista milanese, governata dai “duri e puri” Luigi Longo e Pietro Secchia. Milano accusa i romani di “attesismo”, di non passare mai all’azione terroristica. Amendola sa di essere in difficoltà e deve quindi darsi da fare. Come giorno sceglie il 23 marzo, 25° anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento (Milano, piazza Sansepolcro, 23 marzo 1919). Il piano originale prevede che l’attentato avvenga in piazza Cavour, all’uscita dei fascisti dal cinema Adriano, dove si sarebbe svolta la manifestazione commemorativa. Ma i tedeschi hanno vietato che si svolga lì perché la zona è difficilmente difendibile.
Amendola concepisce la subordinata: via Rasella. Poiché abita all’ultimo piano di una casa in piazza di Spagna, angolo via Frattina, ha notato che ogni giorno, nel primo pomeriggio, “passava per piazza di Spagna, per proseguire in via Rasella, via delle Quattro Fontane, via XX Settembre, un plotone di gendarmi tedeschi che andava a montare la guardia”. Allora passa l’ordine a Antonio Cicalini, vecchio cominternista, responsabile delle attività comuniste riservate, ossia eliminare fisicamente i dissidenti dal credo staliniano. Da Cicalini l’ordine viene trasmesso a Carlo Salinari, capo dei gap romani, e al suo vice Franco Calamandrei.
Salinari aveva sostituito Antonello Trombadori, arrestato nel febbraio ’44 e detenuto a Regina Coeli ma provvidenzialmente ricoverato in infermeria grazie alle premure del medico del carcere, il dott. Alfredo Monaco. Monaco aveva già aiutato Sandro Pertini e Giuseppe Saragat ad evadere nel gennaio ’44. Tale formidabile circostanza casuale impedirà che Trombadori finisca nel tritacarne delle Fosse Ardeatine. Non sarà così fortunato un compagno di base, come il prof. Gioacchino Gesmundo. Forse perché più di qualche “amico” che era andato a trovarlo aveva notato nel suo studio, accanto ai ritratti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, anche quello di Trotsky?
Lo squadrone dei gappisti, che eseguiranno le operazioni che porteranno al botto di via Rasella, è composto da: Carlo Salinari, Franco Calamandrei, Antonio Cicalini, Carla Capponi, Pasquale Balsamo, Rosario Bentivegna, Guglielmo Blasi, Giulio Costini, Laura Garroni Cortini, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Mario Fiorentini, Marisa Musu, Duilio Grigioni, Antonio Rezza, Silvio Serra, Fernando Vitagliano. Più sfumato, ma non per questo meno utile, il ruolo di Alfio Marchini e Giulio Rivabene.
Grazie ad una lettera di Amendola a Leone Cattani, esponente del Pli nel Cln, rinvenuta dal prof. De Felice nell’archivio Cattani, documento del 12 ottobre 1964, sappiamo che Amendola si è sempre assunto, in diverse sedi, la paternità piena e responsabile dell’attentato in via Rasella. Operazione che controllò di persona, a pochi passi dal luogo della “missione”. Tanto è vero che alle ore 16.oo del 23 marzo aveva un appuntamento con Alcide De Gasperi, che faceva la Resistenza nel palazzo di Propaganda Fidae di piazza di Spagna, di proprietà vaticana. Aggiunge che De Gasperi, che aveva sentito l’esplosione, gli chiese cosa significasse. Alla scontata negazione di Amendola, De Gasperi sorridente e ammirativo se ne uscì con: “non state mai fermi, voi comunisti. Una ne pensate e cento ne fate”.
 
L’attentato
 
La bomba fu preparata dai gappisti nella notte tra il 22 e il 23 marzo e nella mattina di quello stesso giorno. Il tritolo, 12 kg, era stato fornito dal Centro militare clandestino (che formalmente dipendeva dal governo Badoglio di Brindisi), il cui comandante romano, colonnello Giuseppe Lanza di Montezemolo (nome di battaglia ing. Giuseppe Cateratto) era agli arresti e sotto tortura in via Tasso dal 25 gennaio. Montezemolo, il 10 dicembre ’43, in un documento, aveva impartito direttive precise ai comandanti dalle formazioni partigiane: imponeva “che nelle grandi città come Roma si evitassero attentati e agguati per la gravità delle conseguenze possibili”.
Il carrettino per l’immondizia, nel quale fu infilato l’ordigno, venne rubato dal Falcioni nel deposito comunale del Colosseo. La divisa da netturbino indossata da Bentivegna fu procurata da un compagno che lavorava nell’azienda della nettezza urbana. L’esplosivo fu sistemato in una cassetta di ferro proveniente dalle officine della romanagas. Ad esso furono aggiunti alcuni chili di spezzoni di ferro per rendere più micidiali gli effetti della deflagrazione. Alle 15.52 Bentivegna accese la miccia: l’arrivo della colonna dei militari, che sale dal Traforo, gli è stato segnalato da Blasi. La bomba esplode.
 
La rappresaglia: chi e perché fu spedito al boia 
Alle Fosse Ardeatine vengono macellate 335 persone, 5 in più del terribile rapporto 1 a 10: 33 sono i morti tedeschi, 330 dovrebbero essere giustiziati. 171 di questi hanno un ben preciso identikit politico e militare: 68 sono partigiani di Bandiera Rossa, un gruppo che il Pci bollava sprezzantemente come fascisti in quanto trotzkisti. E si sa quali siano stati i metodi di Stalin per liquidare “il compagno di Lenin” e i suoi seguaci. 52 sono del Partito d’Azione: tra cui il prof. Pilo Albertelli. 30 sono del Centro militare clandestino, tra cui Lanza di Montezemolo e gli Ufficiali dei Regi Carabinieri Aversa e Frignani (quelli che per ordine del re avevano arrestato Mussolini a villa Savoia, nel pomeriggio di domenica 25 luglio 1943). 21 sono partigiani socialisti e di Giustizia e Libertà. Tra i rimanenti 164 ci sono 75 romani ebrei, catturati solo per la loro etnia; Aldo Finzi, già uomo di governo del primo gabinetto Mussolini, implicato nel delitto del deputato socialista Giacomo Matteotti, da tempo vicino ai partigiani. E detenuti comuni, anche un ladro di cavalli.
Vi fu una gelida regia che orientò e guidò le mani di chi preparò le liste degli sventurati?
Gli autori materiali della prima strage di via Rasella hanno sempre negato di conoscere chi e quanti fossero nelle prigioni romane, pur ammettendo di aver conosciuto qualche esponente di Bandiera Rossa. Ed è, questa, una ipotesi credibile, tenuto conto dei “due livelli” del Pci. Il partito comunista di allora (e anche dopo) era infatti una organizzazione dalla disciplina ferrea, che si muoveva, per ragioni di sicurezza, a compartimenti stagni: i capi, che erano al corrente di tutto, ordinavano dall’alto le punizioni; i gregari, comprimari di sperimentata abilità omicida, eseguivano senza fiatare, pena la loro stessa vita, e uccidevano.
L’atto di guerra in via Rasella e i suoi effetti – ha scritto Massimo Caprara in “Pci, la Storia dimenticata” – si svolgono in una situazione eccezionale, anomala che tragicamente non sfavorisce i comunisti. Essi non costituiscono la maggioranza dei detenuti politici anzi, proprio in quell’amaro frangente, sono una minoranza che l’ex segretario di Palmiro Togliatti, più volte deputato e poi fondatore del “manifesto”, definisce inconsueta. Né hanno lasciato in mano nemica qualcuno dei gradi più esposti, meglio preparati, “più limpidamente votati alla consapevolezza marxista”. Alcuni medici carcerari, vicini alla resistenza comunista, avevano dato esatto conto a Cicalini(che, ricordiamolo, riferiva solo ad Amendola) della situazione numerica dei detenuti politici, tutta a svantaggio di appartenenti a formazioni ferocemente odiate dai comunisti: azionisti del P.d’A. di ascendenza di Carlo e Nello Rosselli – i contrasti risalivano alla guerra di Spagna – perciò vecchi avversari del pci-pcus che si esprimeva nel Comintern.
E frange variamente accomunate dal Pci nella dizione spregiativa di fascisti trotzkisti. Una occasione talmente redditizia per i calcoli persecutori staliniani da non sfuggire certo all’accorta contabilità di profitti e perdite di un funzionario di alta scuola moscovita come Antonio Cicalini. Non a caso egli era denominato “mago” per la competenza e freddezza nell’imbastire, e portare a termine, operazioni a rischio.
Un intreccio depravato si annoda tragicamente nel momento in cui la direzione del carcere di Regina Coeli, questura di Roma, la polizia politica italiana, l’Ovra, collaboratori, informatori, degli uffici polizieschi italiani e tedeschi, civili e militari, vengono impegnati a vari gradi per compilare, mercanteggiare (l’ufficiale SS Dollmann ne sa qualcosa…), correggere freneticamente le liste sollecitate dai nazisti. Sono i condannati a morte che l’odio, il fanatismo, la vendetta, mescolandosi, trascinano nel buio della notte fonda delle Fosse Ardeatine.
Tra il 23 e il 24 marzo, furono due (e non uno) gli ordini che erano stati eseguiti.
 
Giovanni Lubrano di Scorpaniello 

23/09/07 - Per un XX Settembre che duri tutto l'anno. Pubblichiamo a puntate, a partire da oggi, un bel lavoro di ricerca storica cortesemente messo a nostra disposizione da Giovanni Lubrano, giornalista e scrittore laico della cui amizizia ci onoriamo. La serie ha come titolo "Alla rinfrescata muoveremo" e si concluderà con l' assassinio della patriota romana Giuditta Tavani Arquati, dei suoi figli e degli altri patrioti ad opera degli zuavi di Pio IX, il papa assassino di italiani beatificato nell' anno 2000 da Giovanni Paolo II

ALLA RINFRESCATA MUOVEREMO !
Verso l’eccidio nel lanificio  Ajani  - 25 ottobre 1867 

1° Puntata
La Convenzione del settembre 1864 tra Italia e Francia è quella che impegna il governo italiano a “non attaccare il territorio attuale del Santo Padre” e “ad impedire, anche con la forza qualunque attacco esterno contro quel territorio”. In compenso Roma, entro l’11 settembre 1866, sarebbe stata libera da truppe francesi. I francesi, tuttavia, appena sottoscritto il patto, pensano subito ad eluderlo con la costituzione di un grosso corpo di volontari cattolici. La Legione di Antibo, dal luogo della sua formazione, Antibes. Proprio nei primi giorni del ’67 la legione è definitivamente formata, ricca di tutti i maggiori rappresentanti del clericalismo e del legittimismo francese. Non solo – osserva Piero Pieri nella sua “Storia militare del Risorgimento” – ma erano stati chiamati a farne parte anche soldati dell’esercito francese che figuravano come volontari che avevano terminato la ferma ma che conservavano, nei loro libretti personali, persino il numero del loro reggimento. Gli ufficiali erano poi tutti francesi e indossavano la divisa dell’esercito imperiale. I democratici italiani sono indignati da questa provocazione, ma una scappatoia si presenta pure a loro: la Convenzione non prevede l’intervento italiano qualora si fosse prodotta una sollevazione all’interno dello Stato pontificio e che le popolazioni di Roma e del Lazio avessero di conseguenza, con un plebiscito, proclamato di volersi annettere al regno d’Italia.

2° Puntata

Nel febbraio del ’67 Bettino Ricasoli ha sciolto la Camera: i democratici sperano in un futuro governo di sinistra. Garibaldi si lancia generosamente nella battaglia elettorale. A Firenze, Bologna, Ferrara, Venezia, in Veneto, Lombardia, Piemonte, i suoi discorsi battono sempre sulla “questione romana”. Ma qual è la situazione a Roma? Qui ci sono due comitati clandestini: il Comitato nazionale dei moderati e il Centro di insurrezione repubblicano. Naturalmente, sono in contrasto tra loro. I repubblicani sono per l’insurrezione in città, gli altri frenano. I repubblicani si appellano a Garibaldi perché assuma la direzione dei moti popolari e della guerra di volontari per la liberazione di Roma. E a farsi appoggiare da un comitato di emigrati romani. Garibaldi, il 22 marzo, accetta l’incarico. Il 1° aprile il Centro di insurrezione diffonde nello Stato pontificio un proclama eccitante alla rivolta ed emette dei buoni a prestito, formalmente per aiutare la popolazione bisognosa, in realtà si tratta di una misura mirante a raccogliere denaro per la vicina lotta. La situazione è talmente in movimento che il Comitato romano dei moderati decide di fondersi con quello repubblicano. Nasce la Giunta nazionale e romana che riunisce i Patrioti di tutte le tendenze col solo, immediato scopo di provocare l’insurrezione a Roma.
Incombono le elezioni del 10 aprile
.

3° Puntata .

Doccia fredda elettorale: vince Rattazzi, l’uomo di Aspromonte che con la sua politica ha illuso per troppo tempo Garibaldi, fino al punto di fargli sparare addosso dalle regie truppe sugli altipiani di Calabria. Rattazzi, di fronte a quanto si muove per Roma, non si smentirà. Per le proteste di Napoleone III, allarmato dalla piega che stanno prendendo gli eventi, il capo del governo assicura il francese che la Convenzione del ’64 sarà rispettata. E spedisce Crispi da Garibaldi, per calmarlo. L’agitazione per Roma sembra attenuarsi. Ma Garibaldi insiste nella sua propaganda. Afferma a Siena: “Alla rinfrescata, muoveremo!”

Spedisce a Roma il bergamasco Francesco Cucchi per dirigere il movimento popolare; il figlio Menotti nel Mezzogiorno per iniziare l’arruolamento dei volontari, e Giovanni Acerbi alla frontiera tosco-umbra perché raccolga i giovani che affluiscono dal nord. A Ginevra (congresso della Lega della Pace e della Libertà) Garibaldi rilancia con veemenza il tema della questione romana e, tornato in Italia, dichiara che si muoverà a sostegno degli insorti: la Giunta nazionale lo aveva assicurato che, qualora fossero giunti denaro e armi, l’insurrezione non sarebbe mancata. Rattazzi cerca di convincere il Generale a tornarsene a Caprera, ma Garibaldi da quell’orecchio non ci sente; è convinto che quanto più i romani vedranno come certo l’aiuto in caso di insurrezione, tanto più saranno spinti ad agire. Rimanda Cucchi a Roma, Menotti a Terni, Acerbi a Orvieto e Nicotera verso Frosinone. Lo scopo del movimento è, secondo le intenzioni di Garibaldi, di rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano libero sulle proprie condizioni di plebiscito.

4° Puntata

Garibaldi le cose le organizza in modo che lo sforzo bellico si sviluppi con azione concentrica con epicentro il Lazio settentrionale. Teme – e ha ragione – di essere arrestato. Il che puntualmente avviene a Sinalunga, nel senese. Riesce però, a Pistoia, mentre lo stanno trasferendo nella fortezza di Alessandria, a passare al fidato Vecchio un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle intenzioni, romani e Italiani…”
Rattazzi, di fronte alle proteste che si levano altissime per l’arresto di un deputato – e che deputato – in violazione dell’immunità parlamentare, decide allora di rispedire Garibaldi a Caprera. Lo trattano come un pacco postale. Menotti, Canzio, Acerbi e Nicotera sono scettici: non credono che i romani, pur con denaro e armi, faranno subito per primi una grande insurrezione, tale che possa trionfare o, almeno, sostenersi per vari giorni. In tal caso non si potrebbe eludere la Convenzione italo-francese. Ma la differenza di opinioni con Crispi, Cairoli, Cucchi, Guerzoni, non impedisce che i combattimenti inizino il 3 ottobre ad Acquapendente, a nord del lago di Bolsena. Il 7 ottobre, Menotti occupa Nerola e Montelibretti. E si muove anche Acerbi da Torre Alpine tra Orvieto e Acquapendente. Nicotera, con 800 uomini, sconfina a Frosinone. Pur con tutti i suoi limiti, la macchina da guerra si è mossa. Obiettivo: Roma.

5° Puntata

Rattazzi, vista la piega che hanno preso gli eventi, tenta di correre ai ripari:crea una legione romana con sudditi del territorio pontificio e ne affida il comando a un certo Ghirelli, al quale fa arrivare denaro tramite Crispi. E’ un tentativo maldestro di partecipare, in qualche modo, alla eventuale presa di Roma. Il Ghirelli non vuole però sottostare ad alcuna autorità e agisce in modo così scorretto e disonesto da far persino sospettare di essere un agente provocatore governativo con l’incarico di screditare tutti i volontari. Garibaldi riesce ad “evadere” da Caprera, grazie alla paranza di Stefano Canzio: non si fida più della mediazione di Crispi tra lui e Rattazzi, e vuole partecipare direttamente alla lotta. L’Eroe e Canzio sbarcano il 19 a Vada e il 20 ottobre sono a Firenze, accolti con entusiasmo. Ma, il 17 ottobre, il governo francese ha deciso di intervenire a Roma poiché quello italiano è impotente ad impedire l’invasione del territorio pontificio. Rattazzi si dimette il 19 di fronte alla minaccia francese. Intanto “il re galantuomo” Vittorio Emanuele II promette a Napoleone III che l’esercito italiano non sarebbe intervenuto a Roma. Il 22 ottobre, il generale Cialdini cui il Savoia ha conferito l’incarico di formare il nuovo ministero (non ce la farà… ), tenta di convincere  Garibaldi a desistere dall’azione ma il Generale è inflessibile e dichiara: “Redimere l’Italia o morire”. E, in un successivo proclama, in cui scrive che già a Roma i fratelli innalzano barricate e dalla sera prima si battono contro gli sgherri papali, così conclude: “L’Italia spera da noi che ognuno faccia il proprio dovere”. Purtroppo Garibaldi non è bene informato sui fatti reali.

6° Puntata.

In quello stesso 22 ottobre a Roma dovrebbe essere effettivamente scoppiata l’insurrezione che il Cucchi preparava da tempo. Circolano notizie false o esagerate: che Roma è piena di barricate, che l’insurrezione trionfa, che la popolazione si batte da due giorni. Ma non è così: troppo complessa si presenta l’azione e troppo se ne è parlato. La polizia è ormai da tempo in stato d’allarme. Tuttavia i Patrioti ci provano: una grossa schiera, quella di Cucchi, deve assalire il Campidoglio; un’altra attaccare il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni, con 100 uomini, prova a forzare Porta San Paolo e introdurre in città un carico d’armi e distribuirle; il muratore Giuseppe Monti deve minare la caserma Serristori. Francesco Zoffetti e altri sette cannonieri tentano di inchiodare le artiglierie di Castel Sant’Angelo così che non possano funzionare. Inoltre i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli(che però non agivano in accordo con il Comitato romano) devono scendere lungo il Tevere con 75 compagni fino a Ripetta con un carico di armi. Nel frattempo il generale Zappi, governatore di Roma, fa murare sei delle dodici porte della città. Tutti i tentativi falliscono: Guerzoni, che invece di 100 compagni se ne trova accanto solo sette, viene sorpreso e assalito da zuavi, gendarmi e dragoni pontifici e, dopo breve lotta, abbandona al nemico il carico d’armi. Pure l’assalto al Campidoglio si trasforma in un insuccesso e quello a Piazza Colonna, dispersi i congiurati prima dell’ora fissata, non poteva nemmeno essere tentata.

7° Puntata.

La caserma Serristori, minata dai due muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati dagli ex emigrati Ansiglioni e Silvestri, rimane rovinata in parte e l’esplosione provoca vari feriti. Ma il grosso degli zuavi era già uscito per correre contro la colonna di Guerzoni. I Cairoli, del cui arrivo né Cucchi né altri erano stati avvertiti , giunti in ritirata all’altezza del ponte Milvio e avvertiti della difficoltà della sollevazione, si nascondono tra i canneti della riva; all’alba si avviano verso Villa Glori. Nel pomeriggio del 23 ottobre la schiera è assalita da un nemico triplo di numero. Giovanni Cairoli è crivellato da ben dieci ferite, il fratello Enrico colpito a morte. Gli altri valorosi, che si sono difesi strenuamente, sono uccisi, o feriti, o fatti prigionieri.
Scrivono Montanelli-Nozza nel loro “Garibaldi” : “Enrico Cairoli si accasciò tra le braccia del fratello Giovanni, che due anni dopo doveva morire anche lui per le ferite riportate in quello scontro. E così, di cinque fratelli, tutti garibaldini, sarebbe rimasto il solo Benedetto, futuro presidente del Consiglio. Perché in Italia ci sono anche di queste famiglie”.

8° Puntata.

Un ultimo episodio si avrà il 25 ottobre alla Lungaretta ed era il solo che valeva a salvare l’onore del popolo romano. Nel lanificio Ajani un gruppo di ardenti repubblicani sta preparando cartucce. All’avanzare dei gendarmi pontifici, pare che partisse per errore un colpo d’arma da fuoco e allora i papalini assaltarono l’edificio. Li accoglie una resistenza accanita. Anima di essa sono i Patrioti Francesco Arquati con l’eroica moglie Giuditta Tavani Arquati e i tre figli. I pontifici riescono peraltro a penetrare nel lanificio ma i pochi difensori, rincuorati dall’eroina, continuano a resistere. Alla fine, più che mai inferociti, riescono a passare e cadono massacrati l’Arquati, Giuditta, i tre figli e altri quattro Patrioti.

In tal modo si spegneva l’insurrezione romana su cui i Patrioti di tutta Italia tanto avevano sperato. Purtroppo, la popolazione romana mostrò nell’insieme un ben diverso spirito dai tempi di Ciceruacchio, della giornata del 30 aprile 1849 e delle prime settimane della difesa della Repubblica Romana.
E, come non s’era mossa Roma, così neppure si mosse la popolazione della campagna. Episodi di alto valore, come quello della Lungaretta, non furono però sufficienti a ribaltare la situazione a favore degli insorti. I diversi comitati romani non riuscirono a mobilitare più di 8000 uomini. Garibaldi stesso non ritrovò i suoi momenti migliori. Pochi giorni dopo a Mentana gli venne meno quella meravigliosa celerità di manovra e quella ricchezza di risorse nei suoi movimenti che turbava e sconcertava gli avversari.

Fine

Giovanni Lubrano di Scorpaniello - www.nogod.it .


1/2/07 - Toponomastica e affaire Welby

I gruppi consiliari capitolini di maggioranza hanno chiesto al Sindaco Walter Veltroni di dedicare a Piergiorgio Welby la piazza che confina con quella che si chiama Piazza Don Bosco, cioè il giardino dove si sono svolti i funerali.
E’ una richiesta legittima perché prevista dalla legge sulla “Toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei” del 18.7.1927. Tali norme prevedono, art.4, 2° comma: “è inoltre in facoltà del ministro per l’Interno di consentire la deroga alle suindicate disposizioni (art.2: “nessuna strada o piazza pubblica può essere denominata a persone che non siano decedute da almeno dieci anni”) in casi eccezionali, quando si tratti di persone che abbiano benemeritato della nazione”.
Per evitare le incomprensioni che hanno fatto tanto rumore a proposito di una stele alla stazione Termini, sarebbe opportuno che - così come molti di noi hanno già fatto - le varie associazioni laiche appoggiassero con garbo l’iniziativa dei gruppi del Campidoglio, manifestando l’adesione a tale idea comunicandola convintamente al Primo Cittadino di Roma. Si eviterebbero così inutili e controproducenti malintesi. Indignarsi dopo non serve a nessuno e denota, anzi, scarso rispetto delle istituzioni.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello


23/01/07 - E’ la Costituzione della Repubblica italiana immutabile ?

No, solo la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale. E’ tempo o no, a 59 anni dalla sua entrata in vigore,  di operare robuste modifiche a quell’antico impianto costituzionale?
Il mondo sta correndo talmente veloce che è difficile stargli dietro. Anche i sepolcri vanno re-imbiancati. Fino a oggi si è proceduto col sistema che i carrozzieri chiamano romanella, una rapida passata di vernice e la macchina sembra nuova. Qualche riformetta elettorale tesa a favorire questa o quella maggioranza parlamentare. Lenin avrebbe detto “che fare?” Senza pensare ad un assalto al Palazzo di Inverno, occorre procedere al più presto con l’elezione di una nuova Assemblea Costituente. Impossibile? E perché?
Certo, se si aspettano i comodi di una classe politica  che, salvo rarissimi casi, è tutta tesa a tutelare gli interessi di casta, allora non si va da nessuna parte. Ma se il vasto mondo dell’associazionismo laico provasse a organizzarsi in una grande  mobilitazione democratica e popolare che mirasse ad eleggere la nuova Costituente… Ambizione eccessiva? Forse si , ma se ci si perde solo nelle piccolezze (a qualcuno pizzica la coda se si parla di Stazione Termini e piatti d'oro serviti all'opposizione filopapista?) si perdono di mira i grandi obiettivi. E si corre il rischio di fare il gioco di chi nulla vuole cambiare.
Giovanni Lubrano
di Scorpaniello

20/12/06 - Corsi e ricorsi : il caso Welby e l'affaire Moro.

Piergiorgio Welby ha paragonato la sua sofferenza a quella di Aldo Moro, prigioniero dei brigatisti rossi. Certo i contesti sono diversi: Moro, nei limiti dello stato di detenzione, lo trova per uscire vivo da quella terribile esperienza che poi si concluse tragicamente. Welby pone il problema, non solo umano ma essenzialmente politico, di poter mettere la parola fine alla sua esistenza.
Dove sta il punto in comune delle due vicende? Entrambi chiedono nelle loro lettere una soluzione politica ai loro casi. Entrambi si rivolgono, ahinoi, alla stessa classe politica che mutatis mutandis, è, per mentalità retrograda, la stessa del 1978. Quella che, in quell’anno, fece fallire ogni ipotesi di trattativa per l’illustre prigioniero politico; quella che nel 2005 ha fatto fallire il referendum sulla ricerca.
Se la situazione non fosse tragica si potrebbe ipotizzare la battuta: contrari nel ’78 alla ricerca di una soluzione non traumatica dell’affare Moro, contrari nel 2005 alla ricerca sulle cellule staminali. Ergo, quando in Italia si parla di “ricerca” ai “poteri forti”, e la politica è uno di questi, viene l’orticaria.
Le lettere di Moro provocarono una reazione isterica ai suoi “amici” che, ispirati da un consigliere del ministro dell’Interno Cossiga e con nota diramata dalla DC il 25 aprile’78, affermarono che egli aveva subito un lavaggio del cervello, “non è l’uomo che conosciamo”, è sotto effetto di stupefacenti e altre stronzate che confermano che “dagli amici mi guardi …”. E chi ha contestato Welby e le similitudini con l’affaire Moro? Gratta gratta (ma manco tanto) gli stessi isterici che negarono che ciò che Moro diceva fosse farina del suo sacco. Ma ci si rende conto che Welby, come Moro, è un dirigente politico, che tenta, con le poche forze rimaste, di porre all’attenzione di una casta gretta e chiusa negli interessi di bottega una decisione sull’autodeterminazione? Iusque tandem...
Giovanni Lubrano di Scorpaniello


14/12/06 - Lettera al Sindaco di Roma per sollecitare un'adeguata celebrazione nel centenario della storica Giunta Nathan

On. Dott. Walter Veltroni
Sindaco di Roma
Piazza del Campidoglio
00186 Roma

Signor Sindaco,

il 10 novembre 1907, una coalizione politica che si identificava in un programma laico e riformista, più nota come “blocco” e composta da liberali, socialisti, repubblicani e radicali, vinse le elezioni amministrative a Roma, esprimendo come Sindaco Ernesto Nathan. Un’esperienza che durò fino al 1913.
Non sta a me ricordare quante innovazioni di sostanza, metodo e merito , quella Giunta comunale apportò a beneficio di Roma e dei suoi abitanti. Roma era Capitale del regno dal 20 settembre 1870 ma la città era sempre stretta tra istanze democratiche di progresso civile e sociale quali, appunto, quelle rappresentate dalla Nuova Italia (che comunque aveva già 37 anni) ed alle quali la giunta Nathan offrì le prime, positive risposte; e strozzature tenaci e reazionarie, nonché intrise di interessi che di etico non avevano proprio nulla, paludi di gretta conservazione di privilegi assolutistici. E che Nathan e gli uomini del suo governo cittadino provarono a battere, ispirandosi soprattutto al principio della laicità dello Stato. Un tentativo così alto e nobile che non può essere condannato all’oblio o al ricordo esclusivo in sedi diverse da quella propria del Campidoglio e che va invece rivisitato in profondità, in specie nel tempo presente.
Nel rivolgermi a Lei, anche a nome di tanti amici, auspico che l’evento del Centenario sia adeguatamente celebrato , non solo con commemorazioni ufficiali, pur utili e necessarie, ma elaborando un ampio programma di approfondimento in tutte le sedi istituzionali comunali sulla Memoria di Nathan e degli assessori, tra i quali, cito Giovanni Montemartini, Ivanoe Bonomi, Tullio Rossi-Doria, Gustavo Conti. A cominciare dalle scuole, ove l’impegno di quella Giunta si liberò al massimo delle forze disponibili.
Sono sicuro che nessuno, meglio di Lei, saprà interpretare tale necessità di conoscere da vicino i grandi meriti e le realizzazioni di quel periodo.
La ringrazio per l’attenzione e, in attesa di un Suo cortese cenno di riscontro, Le invio molti cordiali saluti.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello

 

1/12/06 - Domenica 3 e lunedì 4 dicembre sulla rete 1 della Rai andrà in onda la fiction la Contessa di Castiglione che sarà interpretata da Francesca Dellera insieme a Sergio Rubini e Jeanne Moreau.
Di seguito un breve ritratto della Contessa.

Virginia Oldoini: i suoi vent’anni dedicati alla realpolitik

“Riuscite, cara cugina, usate i mezzi che vi pare, ma riuscite”. Chi esorta è Camillo Benso conte di Cavour; la cugina è una splendida donna di vent’anni, la fiorentina marchesina Virginia Oldoini, sposata, dopo lungo corteggiamento, mal sopportato da lei, col conte piemontese Francesco Verais di Castiglione.
Cavour intuiva quanto la bellissima, intelligente e colta creatura sarebbe stata capace di favorire il suo disegno politico: avere i francesi dalla parte del Regno di Piemonte in funzione antiaustriaca. Scattò quindi l’operazione talamo. Virginia Oldoini diventò l’amante di Napoleone III dopo che la sua eccezionale bellezza aveva fatto strage nei cuori dei più assidui frequentatori dei salotti buoni di Parigi. Una relazione che durò dal 1845 al 1857: l’imperatore ammaliato da Virginia, si convinse a diventare un fedele alleato del Piemonte prima e dell’Italia poi. Arrivò al punto di sostenere, con le sole armate, la guerra per l’indipendenza italica del ’59. La relazione con Virginia era si finita nel ’57 ma l’onda lunga dell’amante fece sentire i suoi benefici effetti per molto tempo: Napoleone rimase al fianco degli italiani fino al 1870, quando a Sedan con lo schiaffo di Bismarck e Moltke il suo ciclo storico ebbe fine. Purtroppo Napoleone impose il suo protettorato sullo stato vaticano e solo la sua sconfitta ad opera dei prussiani permise alle truppe regie di entrare a Roma il 20 settembre 1870.
L’unione tra Virginia e Napoleone terminò bruscamente perché l’imperatrice Eugenia, stufa del tradimento, per togliersi di torno la pericolosa rivale inventò un complotto ai danni del marito: “l’attentato” fu sventato in extremis sul pianerottolo dell’appartamento parigino in cui i due si incontravano. Si appurò che il presunto killer era italiano, come Virginia, che pretestuosamente venne espulsa. Tornata a Torino lasciò il marito, persona mite e gentile ma assolutamente inadeguato ad una compagna così eccezionale, e condusse una vita ritirata.
Per i suoi meriti, che furono enormi, non chiese nulla. E nessuno la ricordò. Una vergogna verso una donna che aveva dedicato i suoi venti anni in nome e per conto della realpolitik cavouriana. Su di lei i parrucconi ipocriti e anti italiani di ieri e di oggi hanno steso un mirato e omertoso oblio. E’nobile che una pagina essenziale del poco ricordato Risorgimento, sia dedicata a Virginia.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello


30/11/06 - Guerre d' aggressione.

Leggere un libro di storia e incappare in astruserie assurde.
E’ il caso del recentissimo “La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-46” di Federica Saini Fasanotti, prefazione di Sandro Fontana, ed. Ares, settembre 2006. E lo stupore aumenta perché ella è collaboratrice dell’archivio storico dello stato maggiore dell’Esercito, ente dal quale si presume abbia attinto, e rilanciato, le informazioni sulle “dieci guerre di aggressione” mosse nei secoli dall’Italia. Orbene, tra queste (pagina 79, nota 84) la scrittrice colloca la presa di Roma del 1870.
Bene, delle due una: lei non è italiana perché non riconosce la presa di Roma del 20 settembre 1870 come logico adempimento dell’Unità d’Italia, processo che, nel bene come nel meno bene (e questo è il caso) ha permesso anche agli sciocchi di scrivere simili stronzate; oppure, pur lavorando per un ente statale che di certe cose dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) saperne, non capisce nulla o comunque non ha esaminato a fondo il concetto che si esprime con “guerra di aggressione”.
Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa l’attuale ministro della Difesa, Arturo Parisi. Certo, se clericale come la Saini Fasanotti è inutile sperare in bene, però che uffici che da lui dipendono deformino la realtà storica è fenomeno del quale troppi hanno abusato, e lo scandalo della mistificazione/deformazione della Storia dovrebbe finire.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello


27/11/06 - Verso il centenario del Nobel per la letteratura a Giosuè Carducci

Il 10 dicembre 2006 ricorrerà il centenario del conferimento del premio Nobel per la Letteratura a Giosuè Carducci, deliberato dall’Accademia di Svezia il 24 settembre 1906. Fu il primo italiano di una non numerosa schiera di pensatori e scienziati. Fu dato merito a Carducci di avere sempre perseguito, in ogni aspetto della sua sterminata produzione intellettuale, l’ideale della nuova Italia, forte, rispettata e libera.
Ma Carducci (1835-1907) non fu solo educatore e poeta; fu Patriota e politico e mise al servizio di tale missione le sue uniche armi: il pensiero, la penna e l’insegnamento, fu al fianco di Mazzini e di Garibaldi e nel 1868 fu addirittura sospeso dalla cattedra e dallo stipendio per avere aderito alla rievocazione della Repubblica Romana del 1849 e avere plaudito al triumviro e all’Eroe dei due mondi, veri giganti di quella straordinaria, e sfortunata, esperienza. Fu antipapalino per eccellenza: come non ricordare le sue prose in memoria delle stragi pontificie di Perugia (20 giugno 1859); di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, martiri del diritto italiano, con l’ode scritta il 30 novembre 1868; di Eduardo Corazzini, morto per le ferite ricevute nella campagna romana del MCXXXVII (1867):
Deh, prete, non sia ver che dal tuo scuro
Antro niun salvo a l’aure pure uscì

E fin dal 1859 si scagliò contro Francesco Giuseppe:
Guerra a tedeschi, immensa eterna guerra
Tanto che niun riveda i patrii tetti
E tomba a tutti sia l’itala terra.

Un tema che, con Victor Hugo, riprese nel 1882, nel generoso, quanto vano, tentativo di salvare Guglielmo Oberdan dal patibolo di Cecco Beppe, bollato come “imperatore degli impiccati”.
Ma fu anche contro le alchimie del governo Rattazzi che impedì a Garibaldi ferendolo e arrestandolo nell’agosto 1862 sull’Aspromonte, di arrivare a Roma:
… Tu solo ardisti insorgere
contro l’Europa antica

Un moderno e convinto europeista ante litteram ma certamente non dell’Europa del Congresso di Vienna del 1815, quella della restaurazione. Ecco perché pensiamo che l’Italia autenticamente laica, debba ricordare Carducci con ammirazione e rispetto.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello


6/11/06 - Garibaldi: verso il doppio centenario della nascita di una grande laico italiano

“Nacqui il 4 luglio in Nizza Marittima , verso il fondo del porto Olimpio in una casa sulla sponda del mare” : Così l’eroe dei due mondi nelle sue memorie.
Il più burocratico atto di nascita recita : “L’anno 1807, addì 4 del mese di luglio, alle ore 6 del pomeriggio, davanti a me Francois Constantin, assessore di questo municipio… è nato un bambino di sesso maschile al quale viene dato il nome di Giuseppe Maria, il quale bambino è nato dalla signora Rosa Raymondo, d’età di 31 anni… maritata al signor Giovanni Domenico Garibaldo.”
Garibaldi fu un italiano onesto e forse, troppo idealista. Pagò di persona anche sulla propria pelle (Aspromonte,  1862) le sue limpide scelte guerriere e di vita, sempre contestate  da una casta politico-militare alla quale le sue imprese memorabili, al termine delle quali non guadagnò niente, davano parecchio fastidio. A cominciare dal  Padre della Patria Vittorio Emanuele II. Che incassò la dote portatagli su di un piatto d’argento dal gran nizzardo e la ricambiò con un bel calcio in culo.
Di Garibaldi parlano con rispetto i più seri storici di parte borbonica: meglio loro degli ultrapagati detrattori che, in due secoli hanno cercato di annientare la grandezza politica, militare, antipapato e umana di Garibaldi. (G.L.d.S.)

“Romani, insorgete contro i preti!”. Firmato Giuseppe Garibaldi

Prima della battaglia di Mentana (3 novembre 1867), Giuseppe Garibaldi, arrestato per la seconda volta in cinque anni per decisione del primo ministro Urbano Rattazzi  che, a sua volta pensava di disobbligarsi con Napoleone III, grazie ai buoni uffici del quale il Veneto era stato “girato” all’Italia tramite la Francia, e grazie al quale il viscido traditore degli italiani, Mastai Ferretti, si reggeva sul traballante trono di papa-re, nel passare da Pistoia in stato di arresto, affidò a persona devota un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni : i preti. Gli italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle risoluzioni, romani e italiani.” (G.L.d.S.)

Testo consultato : Piero Pieri ,Storia militare del Risorgimento, Einaudi, 1962


24/10/06 - Cosa resta dell’eredità politica di Giuditta Tavani Arqati?

Nei 139 anni intercorsi dal 25 ottobre 1867 siamo sicuri che i diritti di libertà abbiano compiuti passi decisamente in avanti nel nostro Paese? Siamo convinti che il potere reale del papa-re sia stato definitivamente sconfitto e con esso tutti i gravissimi errori che partono dal 29 febbraio 1929, poi confermati nello sciagurato articolo 7 della Costituzione repubblicana e nel nuovo concordato del 1985?
Assistiamo con preoccupazione alla continua rincorsa di forze politiche che si definiscono di sinistra o liberali, alle tesi del papato. In una epoca in cui dovremmo considerare ormai maturo il popolo italiano nei termini di consapevolezza dei propri diritti a cominciare da quelli di libertà e autodeterminazione pur se, ovviamente, inseriti nel contesto democratico delle leggi e del loro perfezionamento.
Anziché assistere al posizionamento adeguato degli insegnamenti della parte migliore del Risorgimento, fra cui emergono le figure di Tavani Arquati tra Mazzini e Garibaldi, rileviamo che si lavora per inserire la storia nelle nebbie della memoria: restituzione maggiorata con gli interessi  del potere del papa-re.
Se ha un senso parlare di totalitarismi, ci si può inserire quello egemonico imperante del Vaticano.
Sarebbe opportuno che date e celebrazioni come questa del 25 ottobre assumessero una maggiore visibilità. E a Roma è più importante che in altre città perché è qui, che fin dal 1849, si sono espressi i primi moti di ribellismo al soffocante totalitarismo pontificio.
Con quali forze?
Cercando di far uscire dal guscio le forze politiche e sociali che sono ancora accucciate nell’ovile dei “senza voce”.
E in ultimo una segnalazione sul messaggio presidenziale del 21 ottobre, che, nel solco tracciato da Gaetano Salvemini, i fratelli Carlo e Nello Rosselli e Ernesto Rossi, ha sottolineato il valore della laicità. Vogliamo interpretarlo come un segnale.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello

Qui maggiori informazioni sull' Associazione e sul martirio di Giuditta Tvanai Arquati LEGGI


22/10/06 - Una martire laica.

Ricordare una straordinaria figura di donna caduta per la libertà di Roma dall’ormai agonizzante regno temporal-secolare  del papa-re, non serve solo a dare risalto al giorno, il 25 ottobre del 1867, in cui Giuditta Tavani Arquati fu uccisa, ma soprattutto al fatto che Giuditta fu, e per certi versi resta, il vessillo di una parte, minoritaria  ma presente, della popolazione romana ansiosa di liberarsi dall’ormai cadaverico regno di Pio IX. Una monarchia assolutista, sanguinaria, feroce con  gli ebrei, che si reggeva soltanto perché così voleva Napoleone III, imperatore di Francia.  Gli chassepots d’oltralpe erano riusciti a sconfiggere Garibaldi a Mentana e, il governo del neo regno d’Italia, dopo le sconfitte patite in mare a Lissa e in terra a Custoza, non era nelle condizioni migliori per tentare il colpo grosso di entrare a Roma. Il Veneto era stato appena passato dall’Austria alla Francia e da questa all’Italia. Tutto sommato, l’imperatore francese in quel momento era un buon amico dell’Italia ma teneva incollata la mano sul Vaticano.
Purtroppo le attese dei Patrioti romani andarono deluse perché la gran parte del popolo non si mosse neppure quando Garibaldi era sotto le mura di Roma. Ma vendettero cara la pelle: come non ricordare il sacrificio dei fratelli Cairoli e quello degli ultimi condannati a morte per mano del boia pontificio Mastro Titta , Monti e Tognetti?
Ma, accanto a loro, emerse prepotentemente la figura di Giuditta Tavani Arquati , erede di una delle , non molte in verità, famiglie romane di orientamento mazziniano e, dunque, repubblicano. Stupisce che nei 139 anni che decorrono dal suo martirio ad oggi, sulla sua figura sia sceso il silenzio. Si, una piazza di Trastevere è a lei dedicata; in via della Lungaretta, al civico 96, c’è la lapide che ricorda l’episodio: è casa Ajani, già sede del lanificio omonimo in cui, asserragliata con il marito e altri patrioti, si difese, pure essendo incinta, sparando contro le guardie pontificie che, grazie ad una soffiata, avevano sorpreso i rivoluzionari.  Cadde trafitta da un colpo di baionetta mentre, pistola in mano, difendeva strenuamente le sue idee di libertà.
Un silenzio ancora più pesante se si pensa che la “signora del Risorgimento” viene individuata nella Contessa di Castiglione che di meriti sicuramente ne ebbe ma la cui figura annulla ogni riferimento alla memoria di Giuditta Tavani Arquati.
E’ per questi motivi che tributiamo un caloroso e affettuoso ringraziamento al vero alfiere, ai giorni nostri, di Giuditta, l’amico Sandro Masini che ne tiene viva la memoria grazie al lavoro dell’associazione da lui presieduta.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello


29/09/06 - Il vizio del perdonismo

Ego me absolvo. E così sia. E’ la logica tutta cattolica impostata sul “perdonismo”, per giustificare i peggiori crimini perpetrati dai macellai dell’umanità. Alla quale si è ispirato il  presidente della Repubblica nella sua visita del 26 settembre in Ungheria. Alla faccia di quanti pensano alla necessità di riformare lo Stato italiano in moderna entità laica, Napolitano non fa che confermare di essere uno dei mejo Togliatti-boys, bene attenti al messaggio del padre-padrone del glorioso PCI, quando nel 1947, rompendo il patto d’unità d’azione con Nenni, fece votare (e ingoiare ad alcuni, pochi per la verità) ai deputati costituenti PCI, l’articolo 7 della Costituzione.
Non ce l’ho con i comunisti, ma con chi non ha il coraggio politico e civile, oltreché morale, non solo di ammettere errori, ma di resistere ipocritamente alla necessità di correggerli.

Giovanni Lubrano di Scorpaniello

 

26/09/06 - Una riflessione sui fatti di Ungheria

I grandi vecchi del glorioso PCI, Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao e Armando Cossutta, hanno rievocato i fatti di Ungheria dell’ottobre-novembre ’56. Il primo saltando abilmente il fosso delle proprie responsabilità  ha detto che “sull’Ungheria Nenni aveva ragione”. Il secondo, all’epoca dei fatti direttore dell’Unità,  ha affermato di aver commesso sull’Ungheria il più grosso errore politico della sua vita. Per ultimo ha fatto sentire la sua voce Cossutta che si è dichiarato “comunista non pentito” e assolutamente favorevole alle decisioni togliattiane sull’Ungheria.  Tutti e tre facevano parte della direzione del PCI  a capo del quale c’era Palmiro Togliatti “il Migliore”.
I fatti: dopo un primo intervento militare sovietico del 24 ottobre 1956 , Togliatti  il 30 ottobre scrisse una tremenda lettera al presidium del Comitato centrale del PCUS, esortando i compagni sovietici ad estirpare la “mala erba della reazionaria controrivoluzione ungherese”. La sua poltrona scricchiolava e Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL, scaldava il motore sulle ali di un disorientamento che, di fronte ai fatti ungheresi si era impadronito di alcuni dirigenti . Togliatti perciò taglio corto: o reprimete duramente gli ungheresi oppure non sono solo io che vengo messo in discussione ma potrebbe crollare tutta l’impalcatura del movimento comunista internazionale.  Il documento sicuramente fece pendere l’ago della bilancia a favore dei più oltranzisti tra gli stalinisti filo-interventisti, Molotov, Kaganovic, Vorosilov: Togliatti era il più autorevole segretario comunista occidentale, pezzo da 90 del Comintern e candidato da Stalin alla guida del Cominform. Punti sul vivo il 31 ottobre Kruscev e gli altri decisero la “tolleranza zero” e affidarono al maresciallo Kruscev il compito di spazzare via i traditori del socialismo. Stavolta la feroce normalizzazione partì e i russi non fecero prigionieri . Il 4 novembre 2000 tanks  della Stella Rossa fecero mattanza degli insorti ungheresi. Togliatti si incontrò a Mosca nel novembre ’57 con il nuovo capo ungherese Janos Kastar che espresse assenso alla condanna di Nagy e gli chiese un favore; che tale condanna , e relativa esecuzione, avvenissero dopo le elezioni politiche che, in Italia, si sarebbero svolte il 25 maggio ’58. Detto e fatto. In quelle elezioni il PCI guadagnò voti e, secondo gli accordi, Nagy e altri furono giustiziati il 16 giugno. Naturalmente le impiccagioni  degli insorti del ’56 durarono fino al 26 agosto 1961. Con quel Togliatti si schierarono decisamente Napolitano ed Ingrao. Pietro Nenni, bollato nella citata missiva di Togliatti come “socialdemocratico” si schierò decisamente a favore dei patrioti ungheresi, prese nettamente le distanze dal PCI e, finalmente, con le decisioni dell’Autonomia socialista adottate dal Congresso di Venezia del febbraio ’57, ruppe il patto di nità d’azione del ’47-’48. Scelte politiche drammatiche che costarono non poco al leader del PSI. Restituì il Premio Stalin conferitogli nel ’52 devolvendo i 14 milioni di lire del premio alla CRI. Nenni si era accorto da tempo che qualcosa non quadrava nei fraterni rapporti fra socialisti e comunisti e tra comunisti. E i primi dubbi gli erano venuti dopo il processo-farsa, e successiva impiccagione che, nel ’52, aveva condannato il segretario del PC cecoslovacco. Nenni ebbe ragione e coraggio da subito a differenza delle coccodrillesche lacrime di oggi.
Segnalo, per l’approfondimento, la lettura di
Federico Argentieri, Ungheria 1956-la rivoluzione calunniata,  Marsilio
Victor Zaslavsky, Lo stalinismo e la sinistra italiana, Le Scie Mondadori
Erik Durochmed, Eroi senza gloria, Piemme
Raymond Aron, Una rivoluzione antitotalitaria, saggio del 1957, Rizzoli

Giovanni Lubrano di Scorpaniello


12/09/06

E’ l’attuale ministro degli Esteri, il cosiddetto post-comunista  Massimo D’Alema, nipotino non diciamo di Palmiro Togliatti ma quanto meno del fu Giancarlo Pajetta? In materia di politica filo-araba ebbene la risposta è si. “Non applicazione risoluzioni ONU da parte di Israele”; “pervicacia del rifiuto di Israele e la sua politica annessionistica”; “riesame del giudizio non solo storico del sionismo”; “pensare ad un ritorno dello status quo”; ”oltranzismo sionista”; ”non favorire il manifestarsi di tendenze xenofobe”; ”Israele fatto coloniale”; “utopia romantica di gruppi di intellettuali piccolo-borghesi ebrei perseguitati nell’Europa orientale e non assimilati in quella occidentale”; “esasperazione sciovinistico-religiosa di Israele”; “carattere coloniale dell’atto di nascita di Israele”; “aperta resistenza alla dichiarazione Balfour del 1917 da parte del movimento nazionalsocialista arabo”; “ebrei, esigua minoranza della Palestina”; “guerriglia ebraica senza esclusione di colpi in Palestina”. Fermiamoci qui. Da Socialismo e mondo arabo, rapporto di Giancarlo Pajetta presentato alla 1° commissione del Comitato Centrale del PCI, febbraio 1970, ed. Editori Riuniti. In ultima di copertina una cordiale stretta di mano tra l’autorevole dirigente comunista e Jamal Abd el Nasr, campione di panarabismo e iniziatore delle guerre del 1956 (nazionalizzazione del Canale di Suez) e 1967 (guerra dei sei giorni). E’ in quell’ambiente che D’Alema ha succhiato il primo latte, e sembra che ancora lo stia gustando.
Giovanni Lubrano di Scorpaniello   
  

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