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QUANTO CI COSTA IL MANTENIMENTO DEI PRETI E DELLE LORO ESIBIZIONI

9/10/08 - La Bibbia in TV, un fiasco mediatico a spese dei contribuenti. Commento di Carlo Brunori.

Questa mattina verso le 9, sono passato davanti alla basilica di S. Croce in Gerusalemme dove, dal 5 e fino all'11 ottobre, viene letta in diretta “la Bibbia giorno e notte”. Ho visto un’organizzazione di primo ordine:
·        un grandissimo maxischermo;
·        una imponente apparecchiatura per l'illuminazione e l’amplificazione;
·        tutta la zona transennata;
·        4 maxi gazebo;
·        una decina di poliziotti e diverse camionette di polizia;
·        2 autoambulanze;
·        diverse crocerossine;
·        molti vigili urbani;
·        10 gabinetti chimici;
Ebbene, di fronte a tutto questo popò di roba ho contato 6 suore, 3 preti e 7 persone.
Verso le 13, quando sono ripassato davanti alla basilica, la situazione era ancora più tragicomica: 5 suore, 1 prete e 4 persone.
Dentro la chiesa non sono entrato ( per evitare l’orticaria), ma dal di fuori sembrava quasi vuota. A questo punto sarebbe interessante sapere dal “nostro” sindaco quanto ci è costata questa ennesima buffonata.
Saluti Anticlericali.

Carlo Brunori

 

28/07/07 - Benedetto tesoretto.
Francesco Bonazzi
Fonte: L'Espresso - espresso.repubblica.i
t

La fede e il carisma non si misurano certo in dollari,
ma la popolarità un po' sì. E se si vuole affidare al
vile denaro la misurazione del rapporto di fiducia che
lega i cattolici a papa Ratzinger, un termometro con i
numeri belli chiari c'è. Si chiama 'Obolo di San
Pietro' e indica da oltre 13 secoli le offerte che i
fedeli di tutto il mondo spediscono direttamente al
pontefice come contributo diretto alla sua missione.
Bene, nel 2006 l'obolo è aumentato del 58 per cento
per toccare quota 101,9 milioni di dollari. Niente
male per un papa che all'inizio del pontificato veniva
spesso dipinto come un algido teologo, lontano chissà
quanto dal suo gregge. Certo, in Vaticano se n'erano
accorti perfino le guardie svizzere e chiunque
frequentasse le udienze generali del mercoledì o
l'Angelus del mezzogiorno della domenica.

"Affluenze quasi raddoppiate", si conteggia da mesi
all'ombra di San Pietro. Ora, cominciano ad
accorgersene anche le casse vaticane. Non c'è
scandalo-pedofili che tenga. Nessuna ingerenza
politica che si paghi. Nessuna gaffe nei rapporti con
le altre religioni che si sconti. La realtà è che
Benedetto XVI guida una chiesa che finanziariamente
scoppia di salute. E dove lo stesso obolo di San
Pietro è poco più di una goccia in un mare di soldi
gestito con oculatezza, riservatezza e prudentissima
divisione in compartimenti stagni.

"Noi non rischiamo: in materia economica siamo
tradizionalisti", ama dire il cardinale Sergio
Sebastiani quando qualcuno, banchiere o giornalista
che sia, prova a contestargli un eccessivo amore per i
titoli di Stato rispetto alle azioni. Sebastiani,
marchigiano di Montemonaco, guida da 10 anni la
Prefettura degli affari economici della Santa Sede e
risponde direttamente al nuovo segretario di Stato,
l'ex arcivescovo di Genova Tarcisio Bertone. La
prefettura controlla formalmente i conti della Città
del Vaticano e presenta ogni anno una sorta di
bilancio consolidato della Santa Sede, ma sbaglierebbe
di grosso chi sognasse di trovarvi dentro un quadro
complessivo delle finanze petrine. In realtà, i
bilanci del Vaticano sono sfalsati su diversi livelli,
tra Santa Sede, Ior e Governatorato. La Santa Sede è
il vertice organizzativo della Chiesa, con i suoi
servizi destinati a tutte le diocesi e agli istituti
religiosi, e per le questioni finanziarie si serve
dell'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede
apostolica). Il Governatorato gestisce invece l'entità
territoriale dello Stato della Città del Vaticano,
mentre lo Ior è un istituto bancario che ha sede in
Vaticano, ma risponde direttamente al papa. Insomma, i
bilanci del Governatorato e dello Ior non entrano in
quelli della Santa Sede, esattamente come quelli delle
varie conferenze episcopali o degli ordini religiosi.
Un sistema intricato come pochi, ma che ha l'indubbio
vantaggio di consentire alla Chiesa cattolica di
scegliere quando avvalersi della sovranità di uno
Stato che non deve rispondere alle leggi di altre
nazioni (il Vaticano), quando giocare fino in fondo
tutto il proprio ruolo religioso e morale (la Santa
Sede), quando risolvere problemi organizzativi interni
(Apsa) e quando investire sui mercati internazionali
nella massima discrezione (Ior).

Il momento di massima 'glasnost' finanziaria del
Vaticano cade di solito tra la fine di giugno e i
primi di luglio, quando il cardinal Sebastiani
illustra alla stampa di tutto il mondo il bilancio
consultivo consolidato della Santa Sede. Quello del
2006, svelato il 6 luglio scorso, registra 227,8
milioni di entrate, contro 225,4 di uscite. L'utile
finale di 2,4 milioni di euro è in netta contrazione
rispetto ai 9,7 del 2005, ma non è questo il dato
fondamentale, visto che non è compito della Santa Sede
fare il pieno di profitti. Ben più interessante, per
capire le dinamiche interne, è andare a vedere le
singole voci. Ad esempio, nel 2006 la massa delle
contribuzioni arrivate da Conferenze episcopali,
diocesi, istituti religiosi, fedeli ed enti vari è
salita dell'16,3 per cento a 86 milioni di euro.

Lo si potrebbe definire un discretissimo quanto
plebisicito interno per la gestione di Benedetto XVI.
Stati Uniti, Germania e Italia sono sempre le tre
conferenze episcopali che contribuiscono di più, ma
quest'anno la nazione di papa Ratzinger ha scavalcato
gli Stati Uniti. Mentre se si va a guardare le offerte
libere, i cattolici statunitensi sono sempre i primi
della lista e questo fa a dire a Sebastiani che "il
calo delle offerte del quale parlavano i giornali
americani in relazione allo scandalo dei preti
pedofili, per quanto riguarda la Santa Sede non è
avvenuto".

Visto dal Vaticano, semmai, il problema degli Stati
Uniti è il dollaro debole. Con le fluttuazioni del
cambio, si calcola che l'Apsa abbia perso sette
milioni di euro sulla divisa americana, dove pure c'è
scritto 'In God we trust' (una fiducia evidentemente
non ricambiata). E dire che tra i consulenti ufficiali
dell'Apsa figurano bei nomi della finanza
internazionale come il banchiere americano Robert
McCann (Merril Lynch), l'irlandese Peter Sutherland
(Goldman Sachs), il francese Antoine Chappuis e
l'italiano Carlo Gilardi (ex amministratore delegato
di Benetton).

Gli affari sono andati molto meglio nel settore
immobiliare, dove l'Apsa ha un saldo netto di 32,3
milioni su 59,3 milioni di ricavi complessivi. C'è
stata qualche vendita, ma si tratta in grandissima
parte di affitti riscossi da un patrimonio immobiliare
su cui circola ogni genere di leggenda. Una delle
poche stime affidabili (totalmente ufficiosa), parla
di immobili per un valore di almeno 450 milioni di
euro, ma deve fare i conti con valori a volte
meramente catastali e quindi ben al di sotto di quelli
del mercato vero.

All'interno dell'Apsa, gioca un ruolo di notevole
rilievo economico anche la Congregazione per
l'evangelizzazione dei popoli (in pratica, le
missioni), dotata a sua volta di un patrimonio
immobiliare sterminato e affidata da un anno al
cardinale indiano Ivan Dias. In definitiva, si può
dire che i proventi dell'attività immobiliare sono
andati sostanzialmente a coprire le perdite di Radio
Vaticana (23,8 milioni nel 2006) e dell''Osservatore
Romano' (4,4 milioni): due mezzi di comunicazione
strutturalmente in rosso, ma sulla cui necessità
nessuno, in Vaticano, osa dubitare.

Se questa è la fotografia istantanea che emerge dal
bilancio dell'Apsa, bisogna però ricordarsi che questa
documento non consolida né il bilancio del
Governatorato, né quello dello Ior. Del primo,
affidato al novarese monsignor Giovanni Lajolo, si sa
che ha chiuso il 2006 con un utile di quasi 22 milioni
di euro realizzati grazie a qualche risparmio sul
personale (circa 1.500 dipendenti) e soprattutto
grazie al boom dei Musei Vaticani. Dello Ior, invece,
si sa sempre di meno. Dopo il suo coinvolgimento nello
scandalo del Banco Ambrosiano, (il Vaticano non
riconobbe alcuna colpa, ma fece una donazione
'spontanea' di 241 milioni di dollari ai creditori),
la banca guidata da Angelo Caloia si è ulteriormente
inabissata. Opera sostanzialmente come un fondo
d'investimento chiuso.

Si sa che paga buoni rendimenti. Pare che abbia un
patrimonio che sfiora i 6 miliardi di dollari e che
anche quest'anno abbia staccato un assegno di qualche
decina di milioni di euro, consegnato direttamente al
papa dallo stesso Caloia. Che cosa fa il papa di tutti
questi soldi? È ragionevole pensare che si uniscano a
quelli dell'Obolo di San Pietro. Ovvero, che vadano a
finanziare non solo la sua missione apostolica in giro
per il mondo, ma soprattutto il sostegno personale che
il pontefice dà alle diocesi più povere del pianeta.

Anche capire chi ha davvero in mano i cordoni della
'borsa di Pietro' non è impresa facile per i comuni
mortali. Dato per scontato il ruolo istituzionale del
cardinal Bertone, che come segretario di Stato ha la
massima responsabilità di governo della macchina
vaticana, appare in calo il peso della Prefettura per
gli affari economici. Nonostante il cardinal
Sebastiani si sia circondato di consulenti anche
prestigiosi, come il riservatissimo banchiere romano
Giampietro Nattino o l'ex manager Iri Maurizio Prato,
la prefettura ha un ruolo sempre più notarile e in
futuro potrebbe anche scomparire.

In netta ascesa, invece, il ruolo del cardinal Nicora,
che oltre a guidare l'Apsa è l'uomo forte della
commissione cardinalizia incaricata di vigilare sullo
Ior. Nei giorni scorsi, Nicora è stato raggiunto
all'Apsa con funzioni di segretario generale da un suo
ex compagno di seminario: il ligure Domenico Calcagno,
vescovo di Savona e storico economo della Cei. Così
con Bertone, Calcagno e il genovese Bagnasco
(presidente della Cei), si può dire che il papa
tedesco abbia affidato ruoli strategici a un trio di
prelati liguri. Mentre sembra passato un secolo dai
tempi in cui don Stanislao, segretario personale di
papa Wojtyla, e il cardinal Crescenzio Sepe, ex
prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione,
venivano considerati i corsari della finanza vaticana.

Francesco Bonazzi
Fonte: L'Espresso - espresso.repubblica.i
t

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